Perché ogni settembre paghiamo un conto salato per una didattica che cambia poco.
Ogni settembre la scena si ripete identica.
Famiglie in fila davanti alle librerie, liste d’adozione in mano, carrelli pieni di volumi ancora incellophanati. Qualcuno fa il conto a voce alta, qualcun altro fotografa lo scontrino e lo manda nella chat di famiglia: “Solo libri”. Nel frattempo, da ogni palco istituzionale arriva il solito messaggio: “L’istruzione è un diritto, nessuno deve rimanere indietro”.
Sulla carta è vero. Nella pratica, sempre più genitori hanno la sensazione opposta: studiare è diventato un pedaggio, e il libro di testo è uno dei varchi più costosi.
Quanto costa davvero studiare
Negli ultimi anni tutte le principali associazioni dei consumatori – Codacons, Altroconsumo, Federconsumatori – dicono la stessa cosa: la spesa per i libri scolastici continua a salire.
Per un ragazzo alle medie si parla in media di qualche centinaio di euro solo di testi, alle superiori si arriva tranquillamente sopra i mille euro l’anno se sommi libri, dizionari, atlanti, quaderni operativi. Per un intero ciclo (medie o superiori), una famiglia può tranquillamente superare i mille euro solo di carta stampata, senza contare il corredo scolastico.
E parliamo di una spesa che si ripete uguale ogni settembre, in un Paese in cui stipendi e salari non seguono la stessa curva.
La domanda spontanea è semplice: perché costa sempre di più, se gli studenti sono persino meno di qualche anno fa?
La risposta sta in come è costruito il sistema.
Il trucco delle “nuove edizioni”
Negli ultimi anni l’Autorità Antitrust ha messo sotto la lente l’editoria scolastica. Una delle cose che emergono con più chiarezza è questa: i libri di testo vengono cambiati troppo spesso.
A ogni nuovo ciclo scolastico (prima media, primo superiore, ecc.) una percentuale enorme dei testi adottati è composta da “nuove edizioni”: stesso autore, stessa casa editrice, a volte stessa copertina. Dentro, qualche capitolo spostato, qualche esercizio riscritto, una grafica diversa, un QR code in più.
Risultato pratico:
- il libro del fratello maggiore non è più utilizzabile dal fratello minore;
- il mercato dell’usato si restringe, perché la nuova edizione non coincide con quella dell’anno precedente;
- le famiglie devono ricomprare quasi tutto da capo.
Formalmente è tutto legale: la scuola adotta i “testi più aggiornati”, l’editore li fornisce, il ministero mette dei tetti di spesa teorici. Ma guardando l’effetto finale, la sensazione è chiara: il ricambio continuo non è solo una scelta didattica, è un motore economico.
Pochi editori, molto potere
Dietro a tutto questo non ci sono “gli editori” in astratto, ma pochissimi gruppi molto concreti.
Il mercato della scolastica è un oligopolio: una manciata di grandi nomi (Mondadori Education/Rizzoli, Zanichelli, De Agostini, Sanoma/La Scuola e pochi altri) controlla la gran parte dei titoli che entrano in classe. In pratica, se tuo figlio apre un libro di storia, matematica o italiano, è molto probabile che arrivi da una di queste sigle.
Avere dimensioni grandi non è un reato, ma in un settore così concentrato ogni scelta pesa. Quando gli stessi attori:
- sfornano nuove edizioni a ritmo serrato,
- operano in un contesto in cui gli sconti sui libri scolastici sono rigidamente limitati per legge,
- propongono “pacchetti” di volumi, quaderni operativi, piattaforme digitali,
quello che viene fuori è un meccanismo che tende a proteggere il fatturato, più che a facilitare il riuso e il risparmio.
Non a caso l’Antitrust, negli ultimi anni, ha aperto e chiuso istruttorie proprio su alcuni di questi gruppi per clausole contrattuali considerate restrittive della concorrenza nei rapporti con le scuole. E ha messo nero su bianco un concetto scomodo: la frequenza delle nuove edizioni non sempre è giustificata da reali esigenze didattiche, ma contribuisce in modo decisivo a far lievitare i costi per le famiglie.
In altre parole: non è solo sopravvivenza delle case editrici, è un modello industriale che vive del fatto che i libri non possano durare troppo a lungo.
Scuole nel mezzo, digitale fantasma
In teoria, le scuole sono il presidio che dovrebbe equilibrare tutto questo. Sono i docenti, riuniti nei consigli di classe, a scegliere quali libri adottare, nel rispetto dei tetti di spesa fissati dal ministero.
In pratica, succede spesso tutt’altro:
- i tetti vengono aggirati usando fascicoli, quaderni, allegati “consigliati” che però diventano di fatto obbligatori;
- le nuove edizioni vengono presentate come “inevitabili” perché “il programma è cambiato”, anche quando i cambiamenti sono minimi;
- i libri vengono adottati nella versione “cartaceo + digitale”, ma le parti digitali quasi mai vengono sfruttate davvero.
Il paradosso è che paghiamo anche per piattaforme online, contenuti extra, video, esercizi interattivi… che in moltissime classi restano semplicemente inutilizzati. Troppo complicati, troppo lenti, troppo scollegati dalla realtà di una scuola che fatica già a tenere insieme ore, classi, recuperi, sostegno.
Così la catena si chiude: l’editore incassa, la scuola “fa il suo dovere didattico”, lo Stato dice di aver favorito l’innovazione digitale, e la famiglia paga. L’unico che non ha mai avuto voce in capitolo è proprio chi tira fuori i soldi.
Studenti in mezzo al guado
Poi ci sono loro, gli studenti.
In un mondo dove tutto è aggiornabile in tempo reale, il libro di testo rischia di presentarsi come una strana creatura ibrida: troppo costoso per essere considerato un oggetto neutro, troppo poco innovativo per essere percepito come strumento moderno.
Molti ragazzi vivono il manuale come:
- un oggetto pesante nello zaino,
- pieno di informazioni, sì, ma spesso poco connesso alla loro esperienza,
- qualcosa che “si deve usare” perché lo vuole il professore, non perché lo sentono come proprio.
Non stupisce che, di fronte a questa percezione, il costo venga vissuto dai genitori come una doppia beffa: pago tanto per qualcosa che mio figlio fa fatica ad amare e che tra due anni non potrò nemmeno riutilizzare.
Bonus e carte: cerotti su una frattura profonda
Per cercare di alleviare il peso, lo Stato ha introdotto varie forme di sostegno: carte della cultura per i diciottenni, contributi per le famiglie con ISEE più basso, fondi regionali per i libri in comodato.
Sono misure importanti, che in alcuni casi fanno la differenza tra poter comprare i testi o rinunciarvi. Ma hanno due limiti evidenti:
- sono parziali: non coprono tutte le famiglie che faticano, ma solo chi rientra in determinate soglie o categorie;
- sono temporanee e frammentate: cambiano i nomi, cambiano gli importi, cambiano i requisiti di anno in anno.
È come mettere dei cerotti su una frattura che andrebbe ingessata: qualche dolore in meno, sì, ma il problema resta lì.
Che fare, davvero
Se prendiamo sul serio l’idea che l’istruzione sia un diritto, allora la questione dei libri scolastici non è un dettaglio da lasciare a scontrini di fine estate. È un pezzo centrale del problema.
Alcune mosse sarebbero possibili, e abbastanza semplici da spiegare anche al lettore “non addetto ai lavori”:
- Limitare il ricambio delle edizioni solo ai casi in cui ci sono modifiche sostanziali nei programmi o nei contenuti, verificabili da un organismo indipendente. Se il libro è praticamente lo stesso, non deve diventare “vecchio” per legge dopo tre anni.
- Rendere più flessibili gli sconti per i libri scolastici, permettendo vere politiche di prezzo a favore delle famiglie, senza schiacciare le librerie di quartiere ma nemmeno blindare il mercato.
- Creare banche del libro strutturate in tutte le scuole, con riuso organizzato e fondi pubblici per coprire i volumi mancanti, non lasciando il tutto alla buona volontà di qualche comitato genitori.
- Mettere ordine nel digitale: se si pagano contenuti aggiuntivi, devono essere semplici da usare, integrati nella didattica, aggiornabili senza obbligare a cambiare volume.
Soprattutto, serve una cosa che oggi manca: un confronto pubblico trasparente.
Non solo tavoli tecnici tra ministero ed editori, ma momenti in cui anche famiglie, studenti e insegnanti possano dire la loro su come funziona davvero la filiera. Perché finché tutto resta nel linguaggio dei “piani editoriali”, dei “tetti di spesa”, delle “nuove adozioni”, il libro di testo continuerà a essere trattato come una merce qualunque, non come lo strumento attraverso cui passa una parte enorme del futuro di un Paese.
Alla fine, la domanda è semplice e arriva dritta nella cucina di chi ha uno o più figli in età scolare:
Quanti dei soldi che spendiamo ogni settembre servono davvero a migliorare ciò che imparano,
e quanti servono solo a tenere in piedi un sistema che dà per scontato che noi pagheremo comunque?
Se la risposta onesta – dentro di noi – tende troppo verso la seconda opzione, allora non è più solo una questione di caro-libri.
È una questione di giustizia, di rispetto per il lavoro delle famiglie e per la fatica degli studenti.
Ed è esattamente il tipo di domanda che un giornale libero dovrebbe continuare a fare, finché qualcuno, da qualche parte, non si decide finalmente a cambiare le regole del gioco.
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