Tra occupabilità, ranking e finanziamenti, la culla della cultura rischia di perdere la sua anima
C’è una domanda che nelle università italiane (e non solo italiane) si sussurra sempre più spesso nei corridoi:
stiamo ancora formando cittadini o stiamo producendo competenze da immettere nel mercato?
Non è una provocazione romantica. È una questione strutturale.
Negli ultimi dieci anni il linguaggio accademico è cambiato.
Si parla di “occupabilità”, “placement”, “competenze spendibili”, “attrattività internazionale”, “ranking”.
Meno spesso si parla di formazione del pensiero critico, di cultura generale, di costruzione dell’identità civile.
Eppure l’università europea nasce con un’altra missione.
L’idea originaria: non addestrare, ma formare
Wilhelm von Humboldt, all’inizio dell’Ottocento, immaginava l’università come luogo di libertà della ricerca e unità tra insegnamento e sapere critico.
John Henry Newman parlava di università come spazio in cui si forma “l’intelligenza”, non semplicemente una professionalità.
Non era un’idea elitaria.
Era un’idea democratica: una società forte nasce da cittadini capaci di comprendere il mondo, non solo di lavorarci dentro.
Oggi, però, qualcosa si è spostato.
I numeri: l’Italia in ritardo, ma in quale direzione?
Secondo l’Education and Training Monitor della Commissione Europea (2024), l’Italia ha il 31,6% di laureati tra i 25 e i 34 anni, contro una media UE del 44,1%.
Siamo tra i paesi con meno laureati giovani in Europa.
Questo dato viene spesso usato per dire: “Dobbiamo laureare di più”.
Ma la vera domanda è un’altra:
Laureare di più per fare cosa?
Il rapporto AlmaLaurea 2024 mostra che a un anno dalla laurea il tasso di occupazione è intorno al 74–76% (varia per livello e area disciplinare).
Il titolo universitario continua a essere un vantaggio sul mercato del lavoro.
Ma attenzione:
– il divario salariale resta significativo tra aree disciplinari
– le differenze di genere persistono
– la mobilità sociale non è automatica
L’università funziona come leva occupazionale, ma non sempre come leva di equità.
L’adattamento al mercato: scelta o deriva?
Negli ultimi anni le università hanno:
- aumentato collaborazioni con imprese
- introdotto corsi professionalizzanti
- spinto su STEM, digitale e AI
- investito in ranking e attrattività internazionale
- legato sempre più fondi a parametri quantitativi di performance
È comprensibile. I finanziamenti pubblici sono vincolati a indicatori misurabili.
La competizione globale è reale.
Ma qui sta il nodo.
Quando il finanziamento dipende da performance misurabili,
la cultura non misurabile diventa un lusso.
Le discipline umanistiche perdono iscritti.
La ricerca di lungo periodo cede spazio alla ricerca “applicabile”.
Il docente diventa sempre più produttore di output valutabili.
L’università si adatta.
Ma adattarsi sempre al mercato significa lasciarsi guidare da esso.
Il rischio invisibile: perdere la funzione critica
Una società senza università critica non è una società più efficiente.
È una società più fragile.
Le università non servono solo a generare ingegneri, medici o informatici.
Servono a generare persone capaci di:
- comprendere fenomeni complessi
- leggere la politica con strumenti critici
- analizzare informazione e propaganda
- costruire senso, non solo profitto
Se l’università diventa solo un “acceleratore di carriera”,
chi formerà il pensiero libero?
Tecnologia e intelligenza artificiale: la nuova frontiera
L’arrivo massivo dell’AI nelle università ha aperto un ulteriore fronte.
Da un lato:
- strumenti avanzati di ricerca
- personalizzazione dell’apprendimento
- maggiore accessibilità
Dall’altro:
- rischio di superficialità
- delega del pensiero
- pressione verso velocità e produttività
La domanda è ancora la stessa:
l’università guida il cambiamento tecnologico o lo subisce?
Il paradosso italiano
L’Italia ha pochi laureati giovani rispetto all’Europa.
Eppure, spesso, chi si laurea emigra.
Formiamo competenze che altri paesi valorizzano meglio.
Nel frattempo, internamente, l’università fatica a essere motore di trasformazione sociale.
Non è solo un problema di fondi.
È un problema di visione.
La questione vera: cultura o mercato?
Non si tratta di scegliere tra cultura e lavoro.
Questa è una falsa dicotomia.
La vera questione è equilibrio.
Un’università che ignora il mercato diventa autoreferenziale.
Un’università che serve solo il mercato perde la sua anima.
E quando perde la sua anima, perde la capacità di essere:
- spazio di libertà intellettuale
- laboratorio di democrazia
- luogo di costruzione del pensiero critico
La domanda finale
Se oggi chiedessimo a uno studente perché si iscrive all’università,
risponderebbe: “Per trovare lavoro”.
Difficilmente direbbe: “Per capire il mondo”.
Forse il cambiamento è già lì.
La sfida non è difendere nostalgicamente il passato.
La sfida è evitare che l’università diventi solo un servizio tecnico.
Perché se la culla della cultura diventa un centro di addestramento professionale,
la società nel suo complesso smette di pensare in profondità.
E quando una società smette di pensare,
qualcun altro pensa per lei.
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