Quando la politica diventa bullismo

Quando la politica diventa bullismo

Arroganza, aggressività e linguaggio violento stanno diventando strumenti di consenso. Un fenomeno che nella società civile condanniamo, ma che in politica rischiamo di normalizzare — con conseguenze profonde per la democrazia.

C’è qualcosa che non torna.

Nella vita quotidiana insegniamo ai bambini a non essere prepotenti.
A scuola si lavora — giustamente — per contrastare il bullismo.
Nei luoghi di lavoro l’arroganza viene vista come un limite, non come un valore.
Chi urla, umilia o si impone con la forza viene isolato, corretto, ridimensionato.

Eppure, nello spazio politico, sembra accadere l’esatto contrario.

Negli ultimi anni assistiamo a una trasformazione evidente del linguaggio e dello stile del potere: sempre più leader costruiscono consenso attraverso aggressività, semplificazione brutale, disprezzo dell’avversario, ostentazione della forza. La politica non persuade più: si impone. Non argomenta: attacca. Non ascolta: occupa lo spazio.

E la cosa più inquietante non è che questo accada.
È che funzioni.

Non è una sensazione, né una polemica. È un fenomeno misurabile. Studi sulla comunicazione politica mostrano come i messaggi aggressivi e polarizzanti generino maggiore attenzione, più condivisioni e una memorizzazione superiore rispetto ai contenuti moderati. Nei social network, il linguaggio violento viene premiato dall’algoritmo: più è estremo, più circola.

In altre parole: la prepotenza buca lo schermo.

Ma il consenso non nasce dal nulla. Nasce da un terreno già preparato.

Viviamo in società stanche, disilluse, spesso frustrate. Molti cittadini hanno la sensazione di non contare, di non essere ascoltati, di subire decisioni lontane. In questo contesto, il leader aggressivo non viene percepito come maleducato, ma come “uno che finalmente dice le cose come stanno”. La brutalità diventa una scorciatoia emotiva: non risolve i problemi, ma sfoga al posto tuo.

Il punto, però, è un altro.

Dare voce alla rabbia non significa governarla.

La politica che urla non costruisce.
La politica che umilia non educa.
La politica che riduce tutto a nemici e slogan non migliora la vita delle persone.

E soprattutto: normalizza comportamenti che altrove rifiutiamo.

Qui emerge un paradosso culturale che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.

Nella società civile condanniamo il bullo.
In politica lo premiamo.

Chiediamo rispetto ai nostri figli, ma accettiamo l’insulto nei palazzi del potere.
Pretendiamo dialogo nella vita privata, ma tolleriamo la sopraffazione nello spazio pubblico.

Come se la politica fosse un mondo separato, dove valgono regole diverse.
Come se la prepotenza, una volta indossato un abito istituzionale, diventasse forza.

Non lo è. È solo debolezza travestita da autorità.

E sarebbe un errore pensare che questa deriva riguardi solo l’Italia.

Il linguaggio politico sempre più aggressivo, semplificato e prepotente non è un’anomalia locale, ma un fenomeno che attraversa molte democrazie occidentali. Negli Stati Uniti, in Francia, in diversi Paesi europei e latinoamericani, la figura del leader che “colpisce” ha progressivamente sostituito quella che argomenta.

Ricerche del Pew Research Center mostrano come una parte crescente dell’elettorato associ oggi l’idea di leadership alla capacità di imporsi, più che a quella di mediare. Allo stesso tempo, i dati di Freedom House e dell’Eurobarometro indicano un calo costante della fiducia nelle istituzioni rappresentative, accompagnato da una maggiore tolleranza verso stili di governo autoritari o iper-personalizzati.

Non perché le società siano diventate improvvisamente più violente, ma perché sono diventate più stanche.

In un contesto segnato da crisi economiche, insicurezza sociale, trasformazioni rapide e comunicazione istantanea, la politica aggressiva offre una risposta emotiva semplice a problemi complessi. Non rassicura davvero, ma dà l’illusione del controllo. Non costruisce soluzioni, ma canalizza frustrazione.

È così che la prepotenza smette di essere vista come un difetto e viene reinterpretata come forza.
È così che l’arroganza diventa stile.
Ed è così che un comportamento che nella società civile rifiutiamo, nello spazio politico viene legittimato.

Il rischio, però, è universale. Quando il linguaggio del potere si impoverisce e si fa violento, la democrazia perde profondità. E quando l’aggressività diventa la norma, il confronto — che è il cuore della politica — viene sostituito dalla sopraffazione.

Questo fenomeno non va solo criticato. Va marginalizzato.

Esattamente come facciamo nella società civile.

Non con censure o moralismi, ma con consapevolezza. Smettendo di applaudire l’insulto. Smettendo di scambiare la violenza verbale per autenticità. Smettendo di accettare che chi governa si comporti peggio di come pretendiamo che si comportino i nostri figli.

La politica dovrebbe rendere la vita delle persone più semplice, non più tossica.
Dovrebbe chiarire, non confondere.
Unire, non dividere per convenienza.

Se non rimettiamo un confine ora, rischiamo che l’arroganza diventi la normalità.
E quando la prepotenza diventa normale, la democrazia smette di essere una scelta condivisa e diventa solo una gara di forza.

È una deriva che possiamo ancora fermare.
Ma solo se smettiamo di chiamarla “stile”
e ricominciamo a chiamarla per quello che è.

Bullismo politico.

Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times

Related posts

Leave a Comment