Le vite che hanno cambiato il mondo senza finire sui libri di storia
Giorgio Perlasca
Il commerciante italiano che a Budapest si finse diplomatico spagnolo e salvò migliaia di ebrei
Giorgio Perlasca nacque a Como il 31 gennaio 1910, secondo di cinque figli di Teresa Sartorelli e Carlo Perlasca. Nei primi mesi di vita la famiglia si trasferì nel Padovano (a Maserà di Padova) dove il padre ricoprì l’incarico di segretario comunale. In questa località Giorgio trascorse l’infanzia e l’adolescenza. Carlo Perlasca rimase in servizio fino alla sua morte, avvenuta nel 1938.
Negli anni della formazione Perlasca aderì al clima politico dominante del tempo. Nel 1930 si arruolò nelle Camicie nere e nel 1935 si presentò volontario per la campagna d’Etiopia. Tra il 1936 e il 1939 partecipò alla guerra civile spagnola con il Corpo Truppe Volontarie inviato dall’Italia a sostegno di Francisco Franco. L’esperienza spagnola gli consentì di acquisire una conoscenza operativa della lingua e del contesto istituzionale iberico; al termine del conflitto, il governo franchista rilasciò ai combattenti filofranchisti una dichiarazione di assistenza che si sarebbe rivelata determinante alcuni anni dopo.
Nel frattempo, il 25 febbraio 1940, sposò la triestina Romilda Del Pin, detta “Nerina”. Il progressivo allineamento dell’Italia alla Germania nazista e, soprattutto, la promulgazione delle leggi antiebraiche del 1938 segnarono un punto di frattura nel suo rapporto con il regime.
Conclusi i richiami militari, Perlasca iniziò a lavorare come rappresentante commerciale per la SAIB, società attiva nell’importazione di carni. Nel 1941 fu inviato nell’area balcanica e si trasferì a Belgrado; nei mesi successivi viaggiò in diversi Paesi dell’Europa orientale. Nel 1942 fu destinato a Budapest, in Ungheria, dove si stabilì per ragioni professionali, mentre la moglie rientrò a Trieste.
All’8 settembre 1943 Perlasca si trovava ancora a Budapest. Dopo l’armistizio italiano, gli italiani all’estero furono chiamati a scegliere se aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Perlasca rifiutò di aderire alla RSI e dichiarò la propria fedeltà al Regno d’Italia. Questa scelta lo espose a gravi rischi: fu ricercato e si trovò in una condizione di detenzione e fuga. In questa fase riuscì a ottenere protezione grazie al documento rilasciatogli dalle autorità spagnole al termine della guerra civile.
Nel 1944 la situazione in Ungheria precipitò. Dopo l’occupazione tedesca e l’insediamento del governo filonazista delle Croci Frecciate, la persecuzione degli ebrei ungheresi raggiunse il suo apice. A Budapest operava una rete diplomatica di protezione attivata da alcuni Paesi neutrali. Per la Spagna l’iniziativa era guidata dal diplomatico Ángel Sanz Briz, che aveva predisposto un sistema di salvacondotti e “case protette” per sottrarre persone alla deportazione.
Nel novembre 1944, quando Sanz Briz lasciò Budapest, Perlasca decise di rimanere e si presentò alle autorità ungheresi come rappresentante della Spagna ad interim. Pur non avendo un incarico ufficiale, continuò a rilasciare documenti di protezione e a gestire le case protette attribuite alla legazione spagnola, mantenendo attivo il meccanismo di tutela già avviato. Le stime più diffuse indicano che le persone sottratte alla deportazione grazie alla sua azione furono oltre 5.000, cifra spesso riportata come circa 5.200 o 5.218.
Nel 1945 Perlasca riuscì a lasciare Budapest e rientrò in Italia. Tra il 1949 e il 1956 visse a Trieste; il 21 luglio 1954 nacque il figlio Franco, indicato nelle testimonianze familiari come figlio unico. Per molti anni la vicenda ungherese rimase sostanzialmente sconosciuta anche in ambito familiare: secondo le ricostruzioni, la moglie e il figlio erano a conoscenza solo della permanenza in Ungheria per motivi di lavoro.
La storia riemerse negli anni Ottanta. Nel 1987, durante un incontro a Berlino tra sopravvissute alla persecuzione, Irene Denes von Borosceny richiamò alla memoria le figure di Giorgio Perlasca e del diplomatico svizzero Friedrich Born, avviando un percorso di ricostruzione. In parallelo, alcune donne ebree ungheresi pubblicarono sul giornale della Comunità ebraica di Budapest un annuncio per rintracciare un diplomatico spagnolo chiamato “Jorge Perlasca”. Le ricerche portarono infine all’identificazione dell’italiano Giorgio Perlasca.
Il 4 settembre 1988 Eva Koenigsberg, una delle sopravvissute, si recò a Padova per incontrarlo. Nello stesso periodo, anche la scrittrice ebrea Eva Lang e il marito visitarono la sua abitazione. Fu in quel momento che la portata delle azioni compiute a Budapest divenne pubblicamente riconoscibile.
A partire dal 1988–1989 giunsero i principali riconoscimenti ufficiali. Nel registro di Yad Vashem risulta insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni” nel 1988 (ID 3911), mentre molte ricostruzioni italiane collocano l’ondata di riconoscimenti nel 1989. Il 30 aprile 1990 la trasmissione televisiva “Mixer”, condotta da Giovanni Minoli, contribuì a diffondere la sua vicenda al grande pubblico; nel 1991 Enrico Deaglio pubblicò per Feltrinelli il libro “La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca”.
Giorgio Perlasca morì a Padova il 15 agosto 1992.
La riflessione di The Integrity Times
La vicenda di Giorgio Perlasca colpisce per un dato essenziale: la sua scelta non garantiva alcun ritorno. Non vi era una carriera da proteggere, un riconoscimento da ottenere, un consenso da costruire. Al contrario, fingere di essere un diplomatico in un contesto dominato da un regime filonazista significava esporsi a un rischio concreto e immediato. Se scoperto, le conseguenze sarebbero state gravi.
Non era un funzionario dello Stato, non agiva su mandato ufficiale. Era un cittadino italiano all’estero che, in un momento di collasso morale e istituzionale dell’Europa, decise di assumersi una responsabilità che non gli era formalmente richiesta.
Le migliaia di vite sottratte alla deportazione non furono il risultato di una strategia politica, ma di una decisione individuale reiterata giorno dopo giorno, in un contesto di pericolo costante. Nessuna promessa di ricompensa, nessuna ricerca di notorietà: per oltre quarant’anni quella scelta rimase sostanzialmente sconosciuta, anche in ambito familiare.
È questo elemento che rende la sua figura particolarmente significativa. In un tempo in cui la convenienza personale spesso orienta le decisioni pubbliche e private, la storia di Perlasca ricorda che esiste anche un’altra possibilità: agire perché si ritiene giusto farlo, indipendentemente dal riconoscimento.
Non è una retorica dell’eroismo, ma una constatazione storica. La sua azione dimostra che, anche nelle fasi più oscure della storia europea, singole decisioni individuali hanno potuto produrre conseguenze decisive per la vita di migliaia di persone.
Forse è in questo spazio — nella responsabilità personale esercitata senza garanzia di ritorno — che continua a esistere una delle poche luci credibili per l’umanità.
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