Le 40 ore che diventano 60: il lavoro che si mangia la vita.

Le 40 ore che diventano 60: il lavoro che si mangia la vita.

C’è una discrepanza che milioni di lavoratori italiani conoscono bene, ma che raramente viene messa nero su bianco: quella tra le ore di lavoro scritte sul contratto e le ore di vita realmente assorbite dal lavoro.

Sulla carta, il tempo pieno è di 40 ore settimanali.
Nella realtà quotidiana, per molti, il lavoro occupa 10–12 ore al giorno.

Sveglia alle 7:00, uscita di casa alle 8:00, rientro alle 19:30 — quando va bene.
A fine giornata non restano solo stanchezza e traffico, ma una domanda semplice e scomoda:
dov’è finito il tempo per vivere?

La bugia delle 40 ore

Il primo problema è concettuale. Le statistiche ufficiali misurano le ore lavorate, non le ore di disponibilità forzata. Eppure, la vita di un lavoratore non è scandita solo dal tempo produttivo.

Alla giornata lavorativa reale vanno sommati:

  • la pausa pranzo non retribuita, ma vincolante
  • il tempo di spostamento casa-lavoro-casa
  • i tempi morti obbligati (attese, anticipo, riunioni informali)
  • la reperibilità implicita (mail, messaggi, telefonate fuori orario)

Secondo i dati ISTAT sull’uso del tempo e quelli Eurostat sul pendolarismo, un lavoratore italiano impiega in media tra 60 e 90 minuti al giorno solo per gli spostamenti. In molte aree metropolitane si superano facilmente le 2 ore quotidiane.

Questo significa che una settimana “da 40 ore” diventa, nella vita reale, una settimana da 55–60 ore vincolate al lavoro.

Il confronto europeo: non è così ovunque

Il problema non è lavorare meno per principio, ma lavorare meglio e vivere di più. Ed è qui che il confronto internazionale diventa illuminante.

Secondo OECD ed Eurostat:

  • Italia: circa 1.730 ore lavorate annue, con bassa crescita di produttività
  • Germania: ~1.340 ore, produttività più alta
  • Paesi Bassi: ~1.430 ore, forte equilibrio vita-lavoro
  • Francia: ~1.500 ore, diritto alla disconnessione normato dal 2017

In Francia, il droit à la déconnexion non è solo un principio etico: le aziende sopra una certa dimensione devono negoziare regole chiare su orari e contatti fuori servizio. Nei Paesi Bassi e in Germania, la flessibilità è spesso reale, non una richiesta implicita di “fare di più gratis”.

Il risultato è evidente: meno ore non significano meno produttività. Al contrario, nei Paesi con orari più brevi, la produttività per ora lavorata è più alta.

L’Italia: tante ore, poco tempo, pochi risultati

In Italia, invece, il tempo viene spesso usato come unità di controllo, non come risorsa da ottimizzare. La presenza conta più del risultato. Restare più a lungo diventa una prova di affidabilità, anche quando non produce valore.

Questo modello ha effetti concreti:

  • aumento di stress lavoro-correlato (dati INAIL)
  • crescita del burnout
  • difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia
  • crollo della natalità
  • disaffezione verso il lavoro stesso

Se una persona dedica 12 ore al giorno al lavoro (tra presenza e vincoli), ciò che resta non è tempo libero: è tempo di recupero. Dormire, mangiare, ricaricarsi. Non vivere.

E i sindacati?

Qui la domanda è inevitabile.
Negli ultimi decenni, le grandi battaglie sindacali si sono concentrate su:

  • difesa dell’occupazione
  • ammortizzatori sociali
  • salario minimo e contrattazione

Tutte battaglie legittime. Ma il tema del tempo di vita è rimasto ai margini.
La pausa pranzo, il commuting, la disconnessione, la riduzione dell’orario a parità di salario sono ancora considerate eccezioni sperimentali, non diritti strutturali.

Eppure, è proprio sul tempo che si gioca oggi la qualità del lavoro.

Il paradosso finale

L’Italia discute continuamente di produttività, competitività, crescita.
Ma continua a ignorare un dato evidente: un lavoratore stanco, senza tempo e senza equilibrio non è produttivo.

Il paradosso è tutto qui:
si proclama il “work-life balance”, ma si difende un sistema che consuma la vita prima ancora che inizi.

La domanda che resta

Se il lavoro occupa 60 ore settimanali di vita,
se la famiglia diventa un incastro,
se il tempo personale è un lusso,

allora la domanda non è più quante ore lavoriamo.
La domanda è che tipo di società stiamo costruendo.

E soprattutto:
chi ha il coraggio di rimettere il tempo — non solo il salario — al centro del lavoro?

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