C’è un equivoco che da anni pesa come un macigno sul rapporto tra cittadini e politica: l’idea che, se chi governa si rivela incompetente o dannoso, la colpa sia sempre e comunque di chi ha votato.
È una narrazione comoda. Semplice. E profondamente scorretta.
Perché presuppone una cosa che oggi non è più vera: che i cittadini scelgano davvero chi li rappresenta.
La realtà è diversa, e chiunque viva fuori dai palazzi lo sa bene. I candidati non li scelgono gli elettori. Li scelgono i partiti. Le persone che finiscono sulle schede elettorali sono il risultato di accordi interni, fedeltà, equilibri di potere, non di una selezione aperta, trasparente e meritocratica. Al cittadino resta una possibilità ridotta all’osso: scegliere tra opzioni già decise da altri.
Non è libertà di scelta. È una scelta obbligata.
Il mito della “responsabilità degli elettori”
Ogni volta che un governo delude, sentiamo ripetere la stessa frase: “Avete votato voi.”
Ma cosa succede se nessuna delle opzioni proposte rappresenta davvero chi vota?
Cosa succede se l’alternativa è solo il “meno peggio”?
Cosa succede se l’unico modo per non legittimare un sistema che non convince è non votare, sapendo però che il non voto non cambia nulla?
Qui sta il paradosso: l’astensione cresce, ma il sistema non ne risente. Anzi, spesso ne trae vantaggio. Meno persone votano, più il potere si concentra nelle mani di minoranze organizzate. Così accade che governi interi nascano dal consenso di una frazione ridotta del Paese reale.
Formalmente è democrazia. Sostanzialmente, è un’altra cosa.
Una democrazia sempre più procedurale, sempre meno reale
Non è un problema solo italiano. È un fenomeno globale.
Negli Stati Uniti, in Francia, in molti Paesi europei, la partecipazione cala mentre cresce il potere degli apparati. Le élite politiche si auto-selezionano, si autoriproducono, si blindano. Il cittadino resta spettatore di un gioco che può solo accettare o disertare.
Già Alexis de Tocqueville avvertiva del rischio di una democrazia svuotata dall’interno. Hannah Arendt parlava della perdita di responsabilità come anticamera del declino politico. Più recentemente, il politologo Colin Crouch ha definito questo sistema “post-democrazia”: istituzioni democratiche in piedi, ma decisioni prese altrove.
Il voto resta. La scelta, no.
Il non voto non è una soluzione (e il sistema lo sa)
C’è chi dice: “Allora non votiamo”.
Ma il sistema attuale non teme l’astensione. La ingloba. La normalizza. Governa anche senza di essa. Anzi, spesso governa meglio, perché ha meno cittadini da rappresentare e più spazio per decidere senza opposizione sociale reale.
Il risultato è una frattura sempre più profonda tra Paese e politica. Una politica che chiede legittimazione, ma non ascolto. Che chiede fiducia, ma non trasparenza. Che chiede responsabilità ai cittadini, ma non se la assume quando seleziona classi dirigenti inadeguate.
La vera domanda
Arrivati a questo punto, la domanda non è più: “Perché la gente non vota?”
La domanda è un’altra, molto più scomoda:
è davvero questa una libertà di scelta dei rappresentanti?
O è solo un modo per continuare a dire che viviamo in democrazia, mentre il perimetro delle decisioni è sempre più ristretto?
Una democrazia in cui il cittadino può solo scegliere tra nomi decisi da altri non è una democrazia piena. È una democrazia condizionata. Relativa. Fragile.
Combattere il sistema, non disertare la società
Questo non è un invito all’astensione. È l’opposto.
È un invito a rimettere in discussione l’attuale struttura partitica, a smettere di accettarla come un dato naturale, a pretendere meccanismi reali di selezione, partecipazione, responsabilità.
Perché una democrazia non si difende obbedendo in silenzio.
Si difende pretendendo di contare davvero.
E se la politica continua a dire che “la colpa è dei cittadini”, forse è arrivato il momento di rispondere con una domanda semplice, ma inevitabile:
chi ha scelto davvero chi ci governa?
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