Perché tanti ragazzi si allontanano dai libri (e come potremmo fare diversamente)
C’è una frase che si sente spesso, detta da adulti che oggi non leggono quasi più:
“Ho smesso di leggere quando la scuola ha trasformato i libri in compiti.”
È una confessione amara, ma dice qualcosa di importante.
In Italia siamo abituati a ripetere che “i giovani non leggono”, che “i ragazzi stanno solo sui social”, che “nessuno ha più pazienza per un romanzo”.
Ma raramente ci chiediamo che cosa facciamo noi adulti, concretamente, per tenere vivo – o spegnere – il piacere di leggere.
La scuola, volente o nolente, è il luogo dove la maggior parte dei ragazzi incontra i libri in modo sistematico. La domanda è semplice e scomoda:
dopo cinque, otto, tredici anni di scuola, un ragazzo dovrebbe uscire più innamorato dei libri o più stanco di loro?
Troppo spesso la risposta reale non ci piace.
L’incontro con il libro: compito o esperienza?
Per molti studenti italiani la lettura si presenta così:
- “Leggi queste pagine per domani.”
- “Fai la scheda libro.”
- “Alla fine dell’anno ci sarà la verifica sui capitoli X–Y.”
Il libro diventa subito oggetto di valutazione: non un luogo in cui entrare, ma qualcosa da dimostrare di aver “consumato” correttamente.
È come invitare qualcuno a un concerto e, invece di lasciarlo ascoltare, mettergli in mano un modulo:
“Indica i minuti in cui entra il violino. Analizza la struttura del ritornello. Alla fine sarai interrogato.”
Il paradosso è evidente:
- la lettura, per essere viva, ha bisogno di curiosità, tempo morto, libertà di perdersi;
- la scuola, per funzionare come sistema, ha bisogno di programmi, griglie, verifiche, voti.
Se questi due mondi non si parlano, il libro rischia di diventare solo l’ennesimo oggetto da “fare”, alla pari di un esercizio di matematica. Con una differenza: se la matematica ti annoia, non ti toglie niente di intimo; se un libro ti annoia nell’età in cui potresti innamorartene, a volte ti passa la voglia per anni.
Classici sì, ma come?
Non è un problema di “classici sì / classici no”. I classici servono eccome.
Il punto è come li facciamo incontrare ai ragazzi.
Spesso si chiede a un quattordicenne di:
- leggere un romanzo di un altro secolo,
- in un linguaggio lontano,
- su temi che non hanno ancora fatto in tempo a toccarlo,
- e di farlo in tempi stretti, con la consapevolezza che verrà giudicato.
È una corsa a ostacoli dove ogni ostacolo porta scritto:
“Se non ci capisci tutto, sei tu il problema.”
Ma forse potremmo ribaltare la logica:
un classico non è un idolo da venerare in silenzio, è un dialogo aperto, anche conflittuale.
Significa accettare che:
- un ragazzo possa dire “questo libro mi ha annoiato”,
- possa criticarne un personaggio,
- possa paragonarlo a una serie TV invece che a un altro romanzo del canone,
e da lì partire per lavorare sulla lingua, il contesto storico, i temi universali.
La scuola, quando funziona, non è il tribunale dei libri: è la stanza in cui si impara a litigare bene con loro, senza paura.
Lettura obbligatoria o tempo rubato?
Un altro nodo è il tempo.
Molti ragazzi vivono giornate così:
- scuola la mattina,
- compiti il pomeriggio,
- attività sportive, musica, impegni vari,
- una dose massiccia di schermi (chat, social, video).
In questo mosaico, il libro entra spesso come dovere aggiuntivo, non come respiro.
Se leggiamo sempre e solo “per un compito”, il messaggio implicito è chiaro:
la lettura non è qualcosa che fai per te,
è qualcosa che fai per ottenere un voto.
Per rendere il libro un’esperienza e non solo un compito, servirebbero:
- spazi di lettura non valutata a scuola: momenti in cui si legge e basta, senza interrogazioni finali;
- qualche pagina al giorno letta insieme, ad alta voce, con l’insegnante che si prende il rischio di metterci la propria voce, non solo di assegnare pagine;
- la possibilità di scegliere, almeno ogni tanto, cosa leggere, dentro una cornice guidata.
Sembra un lusso in una scuola che corre per stare dietro ai programmi.
In realtà è una scelta didattica precisa: se non difendiamo uno spazio di lettura libera a scuola, dove altro pensiamo che possa nascere?
Il ruolo degli adulti: esempio, non predica
C’è poi una verità semplice e un po’ brutale:
un ragazzo difficilmente crederà che leggere “è importante” se non vede mai un adulto leggere per sé, a casa o a scuola.
Se in famiglia l’unico schermo acceso è la TV o il telefono,
se a scuola il libro esiste solo come oggetto di verifica,
se gli stessi insegnanti non hanno mai il tempo (o la forza) di parlare dei libri che li hanno segnati,
la lettura resterà sempre e solo un dovere scolastico. Appena finita la scuola, verrà archiviata.
Non si tratta di trasformare tutti in grandi lettori, né di colpevolizzare chi è stanco e non ce la fa.
Si tratta di riconoscere che fra uno slogan (“Bisogna leggere di più”) e una scena concreta (un adulto che, ogni tanto, si siede e legge davvero) c’è un’enorme differenza.
Cosa potrebbe fare una scuola che prende sul serio i libri
Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è: “di chi è la colpa?”
La domanda è: “cosa farebbe una scuola che decide davvero di far innamorare dei libri i propri studenti?”
Alcune piste, concrete e possibili:
- Meno schede libro, più conversazioni vere.
Non abolire l’analisi del testo, ma affiancarle momenti in cui la domanda è: “Cosa ti ha colpito? Cosa ti ha dato fastidio? Ti sei riconosciuto in qualcuno?” - Un patto sulla quantità.
Meglio un libro letto davvero, con coinvolgimento, che tre “bruciati” in superficie. Non si tratta di riempire una lista, ma di costruire un ricordo positivo. - “Biblioteche viventi” a scuola.
Insegnanti, bidelli, amministrativi che, ogni tanto, raccontano agli studenti il libro della loro vita. Non per fare lezione, ma per dire: “anche per me, a un certo punto, una storia ha fatto la differenza”. - Recensioni invece che riassunti.
Invece del solito “riassumi la trama”, chiedere: “Consiglieresti questo libro a qualcuno? Perché sì, perché no, a chi in particolare?”
È il modo più semplice per insegnare che leggere serve anche a parlare meglio con gli altri, non solo a prendere un voto. - Collaborazioni con biblioteche e librerie del territorio.
Portare le classi fuori dalla scuola, far vedere ai ragazzi luoghi in cui i libri circolano per scelta, non per obbligo.
Un investimento che dura più di un programma
Col tempo, di molti capitoli studiati a memoria resterà poco.
Quello che può restare per tutta la vita è l’idea che dentro un libro ci sia, ogni tanto, qualcosa che parla anche a te.
Se la scuola riesce a consegnare questo – non a tutti, non sempre, ma a una parte significativa dei ragazzi – avrà fatto molto di più che “finire il programma”.
Perché un lettore adulto:
- è più difficile da manipolare,
- ha più strumenti per capire il mondo,
- può trovare nei libri un appiglio nei momenti di crisi,
- e sa distinguere meglio tra parole vuote e parole che hanno un peso.
Alla fine, la vera domanda non è se “i ragazzi non leggono più”.
La domanda, per noi adulti, è un’altra:
Che tipo di incontro con i libri stiamo offrendo alle nuove generazioni: un esame a cui sopravvivere, o una possibilità di scoperta che resta aperta anche dopo l’ultima campanella?
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