Stipendi, pensioni e scorciatoie: la distanza tra politica e cittadini in Italia.
C’è un momento, ogni anno, in cui l’Italia si scopre uguale a se stessa.
È settembre, quando le famiglie pagano i libri scolastici; è gennaio, quando arrivano le bollette; è agosto, quando si prova a prenotare una visita e si scopre che nel pubblico bisogna aspettare mesi. In quei momenti il cittadino vede una verità semplice: la vita reale costa, e spesso costa più di quanto il lavoro permetta di sostenere.
Poi accende la TV, sente la politica parlare di “sacrifici”, “rigore”, “responsabilità”, e dentro gli nasce una domanda che non è rabbia: è logica.
Perché chi decide vive secondo regole diverse da chi paga il conto?
Questo articolo non è un processo morale ai singoli, né una battaglia contro la politica in sé. È una fotografia — con numeri ufficiali — di un problema strutturale: un sistema che in Italia ha reso la classe politica sempre più distante dal Paese reale, non solo culturalmente ma materialmente.
E quando le regole non sono comparabili, la fiducia si rompe.
Stipendi: non è quanto si guadagna, è la distanza
Partiamo dai dati ufficiali.
Un deputato della Repubblica percepisce un’indennità lorda mensile di € 10.435. La Camera pubblica anche il dato netto: € 5.290,71 al mese (circa 5.000 euro considerando addizionali). Fonte ufficiale: Camera dei Deputati.
Sul Senato, l’indennità lorda mensile è indicata in € 10.385,31 (con una variante per chi svolge altra attività). Fonte ufficiale: Senato della Repubblica.
A questi numeri si sommano voci “di sistema” che la Camera esplicita con chiarezza: ad esempio, una quota mensile per assistenza sanitaria integrativa (€ 526,66 trattenuti), e il versamento mensile per l’assegno di fine mandato (€ 784,14) ecc..
Fonte ufficiale: Camera.
A confronto, quanto prende, mediamente, un lavoratore comune? In Italia il reddito di moltissime famiglie si muove tra 1.400 e 1.800 euro netti mensili per lavoratore, spesso meno nelle aree più fragili del Paese.
Quindi, dati alla mano, un parlamentare italiano percepisce un’indennità che supera di gran lunga lo stipendio medio nazionale.
Non parliamo di compensi simbolici o temporanei: parliamo di redditi stabilmente collocati nella fascia alta, in un Paese dove il salario medio ristagna da oltre vent’anni.
Ma la domanda da porci è: Chi ha deciso che il lavoro politico debba valere economicamente più di quello di un medico ospedaliero, di un ricercatore pubblico, di un ingegnere che gestisce infrastrutture critiche, di un insegnante che forma le future generazioni?
La risposta, se siamo onesti, è scomoda:
lo ha deciso la politica stessa, spesso votando norme che la riguardavano direttamente.
Intendiamoci, il confronto non è un esercizio di invidia: è un indicatore di distanza. Perché quando chi governa vive in una fascia economica che la maggioranza non toccherà mai, cambia inevitabilmente la percezione del mondo.
Pensioni: qui la frattura diventa morale
Qui la differenza diventa davvero difficile da spiegare a un cittadino comune.
Per un cittadino, la regola di base della pensione di vecchiaia è:
67 anni di età + almeno 20 anni di contributi. Fonte: Patronato ACLI (riferimento chiaro e aggiornato).
Esistono poi misure “anticipate”, ma sono o temporanee (le varie “quote”) oppure richiedono contributi altissimi. La pensione anticipata “standard” richiede in genere circa 42 anni e 10 mesi di contributi (uomini) o 41 anni e 10 mesi (donne), con finestre.
Fonte: INCA CGIL (scheda sintetica).
E adesso la parte che, letta a freddo, brucia.
Per i deputati, la Camera indica che il diritto alla pensione si matura:
- a 65 anni,
- con almeno 5 anni effettivi di mandato,
- e che per ogni anno di mandato oltre il quinto l’età può ridursi fino al limite di 60 anni.
Fonte ufficiale: Camera.
Confronto secco:
- cittadino: 67 anni + 20 anni contributi (vecchiaia)
- parlamentare: 65 anni + 5 anni mandato (pensione parlamentare), con riduzione fino a 60
È qui che la questione smette di essere “economica” e diventa civica: perché due sistemi previdenziali così differenti non sono solo conti, sono messaggi. Dicono: “a te chiediamo una vita intera, a noi basta un mandato”. È qui che molti non parlano più di politica, parlano di ingiustizia.
E attenzione: qui non stiamo dicendo che un parlamentare “non debba” avere tutele. Stiamo dicendo che la democrazia, per essere credibile, ha bisogno di un principio elementare: le regole devono essere comparabili. Se la classe che decide può accedere a scorciatoie previdenziali, mentre chiede rigidità al resto del Paese, il patto si rompe.
Il confronto internazionale: altrove non è sempre così
Qui arriva la parte che smonta la frase più usata per giustificare tutto: “È così ovunque”. Non è vero.
Un esempio interessante è il Regno Unito: lo stipendio base di un MP è pubblico e definito in modo trasparente: dal 1 aprile 2025 è £ 93.904 annui. Ma soprattutto, le spese non sono gestite direttamente dal Parlamento come autogoverno interno: esiste un’autorità indipendente (IPSA) che stabilisce regole e controlli.
Questo dettaglio è cruciale, perché tocca il vero nervo del problema italiano: chi decide le regole del proprio privilegio?
In Italia, in molti casi, è la politica stessa. Nel modello britannico, almeno su alcune voci, c’è un filtro esterno e indipendente.
Ecco la differenza tra un sistema che minimizza l’autoprotezione e uno che la rende strutturale.
Anche la Francia rende pubblica l’indennità parlamentare e la collega a parametri di sistema: l’indennità lorda mensile è 7.637,39 euro, con un netto prima imposta alla fonte di 5.676,12 euro.
La Germania paga di più in lordo (oltre 11.800 euro al mese), ma dentro un contesto in cui il welfare funziona diversamente e la pressione sociale sul privilegio è meno tollerante verso le opacità.
Non esiste un “Paese perfetto”. Ma esiste una cosa evidente: altrove la trasparenza e i meccanismi di controllo sono più espliciti, e questo riduce la percezione di casta.
Sul fronte pensioni invece le differenze con il modello italiano sono più evidenti come si può osservare dalla seguente tabella comparativa:
Tabella comparativa: pensione parlamentare in chiaro
| Paese | Quando maturi il diritto pensionistico | Nota chiave |
|---|---|---|
| Italia (Camera) | 65 anni + 5 anni mandato (riduzione fino a 60 con più mandati) | regola ufficiale Camera |
| Germania | Diritto solo dopo 8 anni (due legislature) | un mandato non basta |
| UK | schema contributivo con accrual annuale; NRA 65 | governance più esterna (IPSA) |
| Francia | pro-rata, tendenza all’allineamento al diritto comune | meno “corsie speciali” |
(Fonti: Camera/UK Parliament & Commons Library/IPSA/Senato francese & Assemblée nationale/Bundestag & Abgeordnetengesetz)
Lezioni dal passato
Questa frattura è antica quanto la politica stessa.
Cicerone, nel suo pensiero sulla res publica, considerava la cosa pubblica un bene comune: la moralità del governante non era “virtù privata”, era requisito politico.
Montesquieu ci ha lasciato la frase più realista che esista: il potere tende ad abusare del potere, e l’unico modo per limitarlo è costruire contrappesi.
Weber parla di etica della responsabilità: governare significa assumersi le conseguenze, non restare protetti da esse.
E Hannah Arendt ci ricorda che l’autorità non regge solo su leggi e istituzioni: regge sulla legittimità. Quando la legittimità crolla, resta solo teatro o coercizione.
Il privilegio non è solo un costo economico. È un veleno culturale, perché corrode la legittimità: insegna al cittadino che la politica non è servizio, ma protezione di se stessa.
Cosa dovrebbe cambiare in Italia (senza populismo, ma con integrità)
Questo articolo non chiede di “odiare la politica”. Chiede di salvarla da se stessa pretendendo degli Standard.
Tre riforme sarebbero già un salto culturale:
- Autorità indipendente su stipendi e rimborsi, come IPSA: non può essere la politica a regolare se stessa senza controllo esterno.
- Allineamento previdenziale reale: se la regola base del cittadino è 67+20, la politica deve rientrare in un quadro comparabile, senza scorciatoie.
- Trasparenza voce per voce, comprensibile: ogni euro di costo pubblico deve essere leggibile, comparabile con l’Europa, giustificato.
La domanda finale
Il problema non è “quanto guadagnano i politici”.
Il problema è più profondo:
come possiamo chiedere sacrifici continui a un Paese reale, se chi decide vive dentro un sistema di protezione ed eccezioni?
Finché questo nodo resta intoccabile, la fiducia continuerà a scendere.
E non basterà chiamarla “antipolitica”: sarà una reazione civile e logica. Perché quando le regole non sono comparabili, la democrazia diventa procedura, non comunità.
E allora questa domanda — semplice e inevitabile — resta lì:
la politica è ancora un servizio, o è diventata un ecosistema che si autoprotegge?
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