Tra Scritti corsari e Lettere luterane, Pasolini aveva descritto il passaggio dall’Italia contadina alla società dei consumi, parlando di “mutazione antropologica” e di un nuovo fascismo dolce. Il sistema lo ha emarginato, il pubblico lo ha ignorato. Oggi ci resta una domanda: eravamo troppo dentro il vortice per ascoltarlo?
Ci sono figure che diventano scomode solo dopo la morte.
Pier Paolo Pasolini è l’esatto contrario: era scomodo mentre era vivo, e per questo il sistema ha fatto di tutto per renderlo marginale, eccentrico, “irregolare”. Oggi, però, se apriamo i suoi libri e i suoi articoli, la sensazione è disturbante: non parlava del suo presente, parlava del nostro.
Chi era, in breve
Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922, da Carlo Alberto Pasolini, ufficiale dell’esercito, e Susanna Colussi, maestra elementare originaria di Casarsa della Delizia, in Friuli.
La sua infanzia è un continuo spostarsi tra varie città del Nord Italia, seguendo i trasferimenti del padre militare, ma il legame affettivo più forte resta proprio con il Friuli, dove comincia a scrivere le prime poesie da ragazzo.
Nel 1939 si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, dove studia letteratura e storia dell’arte, seguendo tra gli altri i corsi di Roberto Longhi.
Nel 1945 si laurea con una tesi su Giovanni Pascoli. Dopo la guerra insegna, scrive in friulano e in italiano, si avvicina al Partito Comunista e nel 1950 si trasferisce a Roma con la madre. Sarà lì che inizierà la sua attività di romanziere (Ragazzi di vita, Una vita violenta), di regista (Accattone, Il Vangelo secondo Matteo, Teorema, Salò) e di intellettuale pubblico.
Verrà ucciso nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, a Ostia, in circostanze mai del tutto chiarite. Ma il punto di questo articolo non è la cronaca nera: è ciò che ha visto prima che lo zittissero.
Pasolini contro il “nuovo fascismo” del consumo
Negli ultimi anni di vita, Pasolini affianca al lavoro di poeta e regista un’intensa attività di pubblicista. Dal 1973 scrive sul Corriere della Sera e su altre testate, firmando interventi durissimi sulla trasformazione dell’Italia: saranno poi raccolti in volume in Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (postume), due libri che sono diventati il cuore del “Pasolini profeta” di cui tanto si parla oggi.
In quelle pagine, Pasolini osserva un Paese che in pochi anni è passato dai campi alla fabbrica, dalla piazza alla televisione, dal dialetto alla lingua della pubblicità. E prova a dare un nome a questo terremoto: “mutazione antropologica”. Gli italiani, scriveva nel 1974, “non sono più quelli”: non è cambiata solo l’economia, è cambiato l’uomo, omologato dalla società dei consumi.
Quello che vede non è semplicemente il boom economico, ma la nascita di un potere nuovo. Il fascismo storico, dice, non era riuscito a trasformare davvero gli italiani; la società dei consumi sì. In un passaggio ormai celebre degli Scritti corsari, arriverà a scrivere che, se fascismo significa prepotenza del potere, la civiltà dei consumi ha realizzato pienamente quel fascismo.
La sua critica non è nostalgia, ma una radiografia:
- la televisione e la pubblicità come strumenti di omologazione,
- il consumismo come “nuova religione laica”,
- l’“edonismo del consumo” come motore perfettamente funzionale agli interessi del potere economico.
Pasolini distingue con ostinazione tra sviluppo e progresso:
- sviluppo è produrre e consumare di più;
- progresso è ridurre le disuguaglianze, aumentare i diritti, migliorare la qualità umana della vita.
Nel suo sguardo, l’Italia degli anni Settanta sta vivendo il primo, ma tradendo il secondo. È un’accusa durissima, rivolta non solo alla politica, ma anche alla sinistra, incapace – secondo lui – di capire quanto profonda fosse la trasformazione in corso.
Quando un Paese non vuole ascoltare
Dire queste cose, in quel momento, significa andare in direzione opposta al senso comune.
Nei fatti, Pasolini viene ostacolato più volte. Un testo come Sviluppo e progresso, scritto nel 1973, non viene pubblicato dal Corriere della Sera e finirà solo in seguito negli Scritti corsari. Molti suoi interventi giornalistici sono accolti con fastidio, ridotti a provocazioni, respinti come “esagerazioni”. Nel frattempo, la sua attività di regista è segnata da processi, sequestri, censure.
Ma il punto forse più drammatico non è la reazione del “potere”, bensì quella del Paese.
Il pubblico che Pasolini cerca di svegliare è già immerso nel nuovo benessere: il televisore in salotto, l’auto nuova, la pubblicità come linguaggio quotidiano. La sua denuncia della “mutazione antropologica” arriva a un’Italia che, in larga parte, non vuole mettersi in discussione.
È come se il corsaro urlasse dal ponte, mentre sotto coperta tutti alzano il volume del varietà.
Perché leggerlo adesso (e non solo per citarlo sui social)
Oggi Pasolini è ovunque: citazioni, murales, libri, documentari. Il rischio è di ridurlo a un santino laico, un’icona da condividere tra un post e l’altro. Invece Scritti corsari e Lettere luterane sono tutto il contrario: testi scomodi, a tratti irritanti, spesso spigolosi.
Se li leggiamo nel 2026, emergono almeno tre cose.
1. Non stava difendendo il passato, stava denunciando un futuro deformato.
Pasolini non rimpiangeva il mondo contadino in modo romantico; lo usava come termine di confronto per far vedere la violenza culturale dell’omologazione. Oggi, tra social network, influencer e pubblicità pervasiva, quel processo è andato molto oltre ciò che lui poteva immaginare. La sua paura più grande – un “potere dolce” che entra nei corpi e nelle menti attraverso i desideri – suona sorprendentemente familiare.
2. Il conflitto non era tra vecchi e giovani, ma tra autenticità e finzione.
Nelle sue pagine non c’è solo la polemica contro la televisione, ma una domanda radicale:
che cosa perdiamo quando il linguaggio comune viene riscritto dal marketing?
In un tempo in cui anche libri, opinioni e indignazioni devono “funzionare” bene in vetrina, la sua diffidenza verso l’edonismo consumistico non è moralismo: è un invito a difendere uno spazio interiore non colonizzato.
3. La solitudine di chi rifiuta di allinearsi al sistema.
Pasolini paga un prezzo altissimo per la sua posizione: processi, attacchi politici, isolamento. Non appartiene più alla sinistra “ufficiale”, non è certo accettato dal potere democristiano, viene percepito come corpo estraneo. Il sistema non lo mette a tacere con la censura diretta, ma con una strategia più efficace: lo colloca ai margini. È “troppo” perfino per chi dovrebbe essergli più vicino.
Il popolo nel vortice del consumo
La parte forse più amara della vicenda è questa:
quando Pasolini lancia il suo allarme, gli italiani sono già entrati nel vortice che lui descrive.
La “massa” vive lo sviluppo come liberazione: più beni, più possibilità, più comfort rispetto al dopoguerra. In quel momento, dire che la società dei consumi è un “nuovo fascismo” suona come un insulto, non come un avvertimento. Il popolo non è vittima passiva: partecipa con entusiasmo alla mutazione che Pasolini denuncia.
È questa la sua tragedia e, forse, anche la nostra:
il pensiero critico arriva, ma arriva controvento, quando la direzione del desiderio è già stata orientata altrove.
Cosa ce ne facciamo, oggi, di Pasolini?
Per The Integrity Times, tornare a Pasolini non è un esercizio di nostalgia né di culto dell’intellettuale maledetto. È un modo per porre una domanda molto semplice ai lettori:
Se oggi esistesse un nuovo Pasolini,
avremmo la pazienza di ascoltarlo
o cambieremmo canale anche noi?
Rileggere i suoi libri – non solo citarli – significa misurarsi con un’idea esigente di cultura:
non intrattenimento, ma conflitto con la realtà.
Pasolini non ci offre ricette, né scorciatoie. Ci lascia, semmai, tre verbi difficili:
vedere, nominare, disturbare.
Vedere le trasformazioni prima che diventino irreversibili. Nominare i nuovi poteri, anche quando si presentano come progresso inevitabile. Disturbare i comodi equilibri tra politica, media, mercato.
Il sistema del suo tempo ha provato a isolarlo.
Il popolo del suo tempo, spesso, non lo ha riconosciuto.
La domanda, allora, è tutta nostra:
vogliamo continuare a considerarlo un “profeta inascoltato” per assolverci,
o accettare che, forse, siamo stati – e siamo ancora – parte del coro che non voleva sentirlo?
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