Quando scuola e università dicono “basta”

Quando scuola e università dicono “basta”

La nuova alleanza tra studenti e docenti contro tagli, precarietà e militarizzazione

All’inizio sembrava “la solita occupazione”.
Un liceo che blocca le lezioni, striscioni alle finestre, assemblee in aula magna.
Poi è successa una cosa diversa dal solito: in cortile sono scesi anche i professori.

Non solo per “garantire l’ordine”, ma per leggere articoli della Costituzione, discutere di tagli alla scuola, parlare di Gaza, di diritto allo studio, di che cosa significa crescere in un Paese dove si trovano miliardi per le armi ma non per le aule.

È un’immagine che nell’ultimo anno si è ripetuta in molte città italiane.
Lì dentro c’è la sostanza di un passaggio importante: gli studenti non sono più soli, e una parte del mondo docente ha smesso di guardare quelle proteste con sufficienza.

Quello che sta succedendo non è solo “malcontento giovanile”, ma una nuova forma di alleanza culturale dentro la scuola e l’università.


Una scuola sotto pressione: tagli, salari bassi, precariato

Per capire perché questa alleanza è possibile, bisogna partire dai numeri.

Con la legge di bilancio 2025–2026, il sistema scolastico italiano si è visto confermare un trend già avviato: riduzione degli organici e nessun vero investimento sugli stipendi.
I sindacati parlano di una manovra che “non considera la scuola una priorità”, con tagli agli organici e zero risorse aggiuntive per il personale.

Già nella legge di bilancio 2024 erano stati programmati 5.660 docenti e oltre 2.100 ATA in meno a partire dall’a.s. 2024/25.

Nel frattempo, il sistema si regge su una mole crescente di lavoro precario:
per l’anno scolastico 2024/25, si stimano circa 250.000 lavoratori temporanei tra docenti e ATA, cioè un lavoratore su quattro nelle scuole italiane.

Sul piano salariale, le indagini internazionali non sono più clementi.
Secondo l’OCSE e i dati ripresi dalle organizzazioni sindacali internazionali, gli insegnanti italiani guadagnano in media circa il 20% in meno della media OCSE, rientrando fra i salari più bassi d’Europa per il settore.

Non stupisce allora che nel 2024 e nel 2025 il mondo della scuola abbia organizzato scioperi nazionali per chiedere salari dignitosi, stabilizzazione dei precari, classi meno affollate, più risorse per la didattica.

In questo scenario, quando gli studenti scendono in piazza contro i tagli, le occupazioni non appaiono più come un capriccio: sono lo specchio di una stessa fatica condivisa.


Dalle occupazioni alle piazze per Gaza: la scuola come spazio politico

Nell’autunno 2025 le occupazioni hanno ripreso forza.
Non solo per la scuola “che non funziona”, ma anche per il modo in cui il governo ha gestito la guerra in Medio Oriente e il tema della militarizzazione degli spazi educativi.

In molte città – da Roma a Torino – licei e istituti tecnici sono stati occupati o hanno aderito a scioperi, cortei, assemblee tematiche. Le proteste per Gaza, racconta un reportage di Internazionale, hanno avuto in Italia un tratto peculiare: estese, decentrate, capaci di coinvolgere anche il mondo del lavoro, ospedali, ordini professionali, artisti.

Nelle scuole, questo si è tradotto in:

  • discussioni sulla presenza dell’esercito e delle forze armate nei progetti di orientamento;
  • critiche ai percorsi che presentano la “carriera militare” come sbocco naturale per gli studenti;
  • richiesta di spazi per parlare di diritto internazionale, colonialismo, pace.

Molti docenti hanno scelto di non restare neutrali: firmando appelli, partecipando alle assemblee, difendendo il diritto dei ragazzi a discutere di politica senza essere trattati da “disturbatori”.

Il punto non è essere tutti d’accordo su tutto.
Il punto è riconoscere che la scuola è un’istituzione culturale, non solo un luogo di erogazione di servizi: se un Paese vive guerre, tagli, disuguaglianze crescenti, è inevitabile che quelle tensioni entrino in aula.


Quando studenti e professori dicono la stessa cosa

Dietro parole diverse, la sostanza delle rivendicazioni è sorprendentemente simile.

Gli studenti chiedono:

  • una scuola che non sia solo azienda, ma spazio di pensiero critico;
  • edifici sicuri, aule non sovraffollate, laboratori funzionanti;
  • più tempo per approfondire, meno ossessione per test e burocrazia.

I docenti chiedono:

  • stabilità del lavoro, stipendi dignitosi, classi con numeri sostenibili;
  • meno precarietà, meno emergenza continua, più possibilità di innovare davvero la didattica;
  • una politica che non usi la scuola come terreno di propaganda a costo zero.

In mezzo, c’è una constatazione comune:

“Così com’è, la scuola rischia di non reggere più il suo ruolo di ascensore sociale e di presidio culturale”.

Quando sacerdoti come don Luigi Ciotti denunciano pubblicamente i 600 milioni di tagli alla scuola e chiedono una “rivoluzione culturale” sulle priorità di bilancio, molte delle frasi che pronunciano potrebbero uscire dalla bocca di uno studente o di un professore.

È qui che nasce la nuova alleanza: non su un’ideologia, ma su una diagnosi condivisa.


Perché questo riguarda anche chi è fuori da scuole e università

Qualcuno potrebbe pensare: sono questioni “di categoria”, che riguardano solo chi vive nel mondo dell’istruzione.

È vero il contrario.

  • Se un quarto del personale è precario, la scuola trasmette ai ragazzi l’idea che il lavoro sia per definizione instabile e svalutato.
  • Se gli stipendi degli insegnanti restano fra i più bassi d’Europa, il messaggio implicito è che la conoscenza vale poco rispetto ad altri settori.
  • Se le revisioni di bilancio trovano miliardi per aumentare la spesa militare ma faticano a trovare risorse per aule, laboratori e biblioteche, la gerarchia delle priorità è chiarissima.

In questo senso, quando studenti e docenti protestano insieme, non stanno difendendo solo il “loro” mondo.
Stanno ponendo una domanda che riguarda tutti:

che tipo di Paese vogliamo essere tra dieci anni?
Uno dove la scuola è un ammortizzatore sociale al ribasso, o uno dove l’istruzione è davvero la base di ogni politica pubblica?


Lo sguardo di The Integrity Times: cosa può nascere da qui

Con lo sguardo de The Integrity Times, questa stagione di mobilitazioni non è solo una sequenza di cortei e occupazioni, ma un laboratorio culturale.

Se studenti e docenti riescono a tenere aperto il dialogo – anche nei conflitti, anche nei disaccordi – possono generare alcune trasformazioni concrete:

  • riportare il tema “scuola e ricerca” al centro del dibattito pubblico, non relegato alle pagine di cronaca locale;
  • costruire alleanze con famiglie, mondi professionali, associazioni culturali, mostrando che investire in istruzione non è un costo ma un’assicurazione sul futuro;
  • ridare valore alla parola “studio”, sottraendola alla retorica dell’“efficienza” a tutti i costi.

La vera domanda, alla fine, è semplice:

riusciremo a trasformare questa indignazione in un progetto,
o tornerà tutto come prima appena si spengono le telecamere?

Perché se c’è una cosa che questa stagione di proteste ci sta dicendo, è che la scuola non è un problema settoriale.
È il luogo in cui si decide che tipo di cittadini – e che tipo di società – saremo.

E se oggi studenti e professori iniziano a dirlo insieme, forse vale la pena ascoltarli con più attenzione di quanta finora ne abbiano ricevuta.

Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times

Related posts

Leave a Comment