Social, nemici e memoria nell’Italia del 2025
Quando Umberto Eco è morto, nel 2016, molti hanno avuto la sensazione che se ne andasse non solo uno scrittore, ma un traduttore del mondo. Uno che riusciva a prendere fenomeni complessi – dalla televisione al complottismo – e a renderli leggibili da chiunque, senza perdere profondità.
A distanza di anni, il paradosso è questo: più il presente diventa caotico, più alcune intuizioni di Eco tornano a galla. Non come citazioni da meme, ma come strumenti per capire dove stiamo andando.
In questo articolo proviamo a rileggerne tre, tutte legate a ciò che The Integrity Times mette al centro: informazione, potere, memoria.
1. “L’invasione degli imbecilli”: i social e il peso della parola
Nel 2015, durante un incontro all’Università di Torino, Eco pronuncia una frase che farà il giro del mondo: i social, dice, hanno dato diritto di parola a “legioni di imbecilli” che prima parlavano solo al bar, dopo un bicchiere di vino, senza nuocere alla collettività. Ora hanno lo stesso microfono di un Nobel.
Quella battuta, spesso usata come slogan snob, era in realtà un avvertimento politico:
la democratizzazione degli strumenti non coincide automaticamente con la democratizzazione delle competenze.
Eco non rimpiangeva i “bei tempi” in cui parlavano solo i professori.
Ci stava dicendo qualcos’altro:
- che non ogni opinione ha lo stesso peso, se parliamo di vaccini, clima, guerra;
- che l’algoritmo tende a premiare la virulenza, non la veridicità;
- che l’illusione “uno vale uno” applicata alla conoscenza produce un effetto perverso: chi studia per anni e chi non apre mai un libro sembrano equivalenti sullo schermo.
Nel 2025, il risultato è davanti agli occhi: discussioni pubbliche dominate da slogan, aggressività, complotti in HD.
La frase di Eco circola ancora, ma spesso amputata della sua parte più importante: non era un insulto alle persone, era una difesa dell’idea che la parola, nello spazio pubblico, ha un peso e una responsabilità.
Per un magazine come The Integrity Times, significa una cosa semplice: non basta “dare voce”. Bisogna anche chiedere conto di quello che si dice, distinguere tra opinioni, dati, interessi.
2. “Costruire il nemico”: perché abbiamo sempre bisogno di un “loro”
In un testo del 2008 poi raccolto in volume con il titolo Costruire il nemico, Eco analizza una dinamica antichissima: gli esseri umani hanno bisogno di un nemico per definirsi. Quando il nemico non c’è, tendiamo a inventarlo.
Passa in rassegna:
- gli oratori dell’antichità che demonizzavano il barbaro;
- il Medioevo ossessionato dalle deformità, dal diverso nel corpo;
- le propagande di guerra del Novecento;
- fino ai populismi contemporanei che spostano di volta in volta il bersaglio: migranti, “professoroni”, giornalisti, Europa, complotti vari.
Nel 2025 questo meccanismo è esploso in mille versioni:
- chi difende qualunque scelta politica appellandosi a un nemico esterno (“Bruxelles”, “le élite”, “i globalisti”);
- chi usa la macchina del fango per delegittimare qualsiasi voce critica;
- chi, nei media, trova sempre un “loro” da additare per alimentare engagement.
Eco ci aveva avvertito: quando il nemico serve soprattutto per tenerci uniti, rischiamo di smettere di guardare ai problemi reali. Se tutta la colpa è “dei migranti”, smettiamo di chiederci perché i salari stagnano, perché mancano case popolari, perché il fisco è iniquo.
Riportare Costruire il nemico dentro il dibattito di oggi significa smascherare il trucco:
ogni volta che qualcuno ci offre un bersaglio perfetto, compatto, caricaturale, dovremmo domandarci che cosa sta cercando di non farci vedere.
3. La memoria vegetale: libri, archivi e il rischio di vivere solo nel presente
C’è un Eco meno citato, ma fondamentale per capire il nostro rapporto con l’informazione: quello de La memoria vegetale e altri scritti di bibliofilia, raccolta in cui riflette sul libro, le biblioteche, la memoria umana e quella “esterna”.
Eco distingue tra:
- memoria organica – quella del nostro cervello;
- memoria minerale – le iscrizioni su pietra, argilla, supporti duri;
- memoria vegetale – la carta, i libri, gli scaffali;
- fino alla memoria di silicio dei computer.
La sua preoccupazione non era nostalgica (“il digitale è il male”), ma strategica:
se affidiamo tutto alla memoria elettronica, senza più una cultura che filtra, seleziona, archivia, rischiamo di avere molta informazione sul presente e pochissima memoria del passato.
Nel 2025 questo rischio è concreto:
- viviamo immersi in un flusso permanente di notizie, notifiche, breaking news;
- ma fatichiamo a ricordare cosa sia successo sei mesi fa, figuriamoci dieci anni;
- i contenuti nascono già pensati per sparire dopo 24 ore (storie, reel, post effimeri).
Per Eco, la biblioteca – fisica o digitale – era il luogo in cui la memoria si organizza, resiste, rende confrontabili i tempi diversi. Non solo un deposito di carta, ma un antidoto alla dittatura dell’attualità.
Se oggi discutiamo di intelligenza artificiale, disinformazione, riscrittura dei fatti storici, il punto non è solo “quanta informazione produciamo”, ma quale memoria conserviamo. Chi decide cosa resta? Con quali criteri? Dove possiamo ancora verificare le fonti?
4. Perché Eco parla ancora a Libri e Cultura
Raccontare Eco in una sezione come “Libri e Cultura” non significa solo ricordare l’autore de Il nome della rosa.
Significa usare le sue lenti per leggere tre snodi che toccano tutti:
- La qualità della parola pubblica
– contro l’idea che basti “dare voce”, senza responsabilità. - La fabbrica dei nemici
– contro la pigrizia mentale che preferisce un “loro” indistinto alla fatica di capire i problemi. - La manutenzione della memoria
– contro il presentismo che trasforma tutto in contenuto del giorno, senza archivi vivi.
In fondo, il filo che lega questi tre temi è lo stesso che anima The Integrity Times:
la convinzione che non sia indifferente come informiamo, come leggiamo, come ricordiamo.
Eco non ci ha lasciato risposte facili – e sarebbe diffidato da chiunque le offrisse.
Ci ha lasciato degli strumenti: ironia, lentezza, amore maniacale per le fonti, sospetto verso le semplificazioni.
Se c’è un modo per rendergli omaggio oggi, non è citarlo a caso su Instagram.
È provare, articolo dopo articolo, libro dopo libro, a fare quello che lui si ostinava a chiedere ai suoi lettori:
non accontentarsi di “sapere come va a finire”, ma capire come siamo arrivati fin qui.
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