Tra PIL più basso, sanità in affanno, nuovi visti e sogni europei rallentati: il bilancio reale del Regno Unito fuori dall’UE.
Per qualche anno è stata la notizia: titoloni in grassetto, contatori alla rovescia, “deal o no deal”, sondaggi, panico sui mercati.
Poi, lentamente, la Brexit è sparita dalle prime pagine. Ma non dalla vita quotidiana dei britannici – e neppure da quella degli europei che continuano a guardare al Regno Unito come a un possibile approdo di studio, lavoro o nuova vita.
A quasi dieci anni dal referendum del 2016 e cinque dall’uscita effettiva dal mercato unico (2021), vale la pena chiederselo seriamente: com’è andata a finire?
E, soprattutto: ha senso, oggi, per un giovane europeo pensare ancora al Regno Unito come terra di opportunità?
1. Il conto economico: meno ricchezza, meno scambi
Partiamo dai numeri, non dalle impressioni.
L’ente indipendente che affianca il governo britannico nelle previsioni di finanza pubblica stima che l’uscita dall’UE porterà a una riduzione permanente del PIL di alcuni punti percentuali rispetto a uno scenario “remain”, principalmente per il calo degli scambi commerciali: import ed export risultano significativamente più bassi rispetto a dove sarebbero stati senza Brexit.
Altre analisi accademiche più critiche parlano di un impatto ancora maggiore, con una perdita potenziale di diversi punti di PIL e investimenti inferiori anche di un 10–15% rispetto a uno scenario di permanenza nell’Unione.
Tradotto: non è stato l’Armageddon annunciato da alcuni, ma nemmeno un dettaglio macroeconomico. È come se un pezzo consistente dell’economia britannica fosse rimasto “spento in background”.
Sul fronte del commercio:
- il commercio di beni tra Regno Unito e UE continua a viaggiare sotto i livelli pre-Brexit;
- i comparti più colpiti sono quelli agroalimentari: molte esportazioni di cibo e bevande verso l’Europa hanno perso volumi e margini, con diversi miliardi di sterline in meno all’anno.
In parallelo, una parte del mondo economico britannico continua a difendere la scelta: alcuni think tank pro-Brexit sostengono che la produttività non sia peggiorata rispetto al trend post-crisi finanziaria e che il Regno Unito mantenga una buona apertura commerciale globale.
La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: la Brexit non ha distrutto l’economia britannica, ma l’ha resa più lenta e più complicata, in un momento storico in cui crescita e investimenti servivano come l’aria.
2. Il “Bregret”: cosa ne pensano oggi i britannici
Se si guarda ai sondaggi, il giudizio dell’opinione pubblica è piuttosto netto.
Negli ultimi anni, una maggioranza relativamente stabile dei cittadini britannici ritiene che sia stato un errore lasciare l’UE. Le rilevazioni più recenti parlano di circa un 55–60% di persone convinte che la Brexit non abbia portato benefici, contro una minoranza che difende la scelta o la considera comunque “giusta in principio”.
Non solo: per molti la Brexit è stata “più un fallimento che un successo” e viene collegata al peggioramento del costo della vita, dei servizi pubblici e delle prospettive economiche.
Eppure, paradossalmente, non c’è una spinta di massa per rientrare nell’Unione.
Molti britannici vivono una sorta di “bresignation”: riconoscono che è andata male, ma non vedono all’orizzonte né la volontà politica né la chiarezza di percorso per tornare indietro.
Il nuovo governo laburista eletto nel 2024 ha promesso di “resettare” il rapporto con Bruxelles, migliorando il funzionamento dell’accordo commerciale e abbassando alcune frizioni sulle dogane, ma ha escluso di rientrare nel mercato unico, nell’unione doganale o di ripristinare la libera circolazione.
In pratica: niente salto indietro, ma piccoli aggiustamenti per ridurre gli attriti. Troppo poco per cambiare davvero la traiettoria economica, secondo gli stessi organismi di analisi britannici.
3. NHS, lavoro e vita quotidiana: dove la Brexit si sente di più
Sanità: meno europei, più “lista rossa”
Uno degli effetti più tangibili riguarda il sistema sanitario.
Dopo il referendum, migliaia di medici e infermieri europei hanno lasciato il National Health Service o hanno deciso di non trasferirsi mai nel Regno Unito. Le stime parlano di diverse migliaia di professionisti in meno rispetto a un trend normale.
Per compensare, il NHS ha aumentato il reclutamento da paesi extra-UE, spesso inclusi nella “lista rossa” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: nazioni che già soffrono carenze di personale sanitario. Nel giro di pochi anni, una quota non trascurabile del personale medico e infermieristico proviene da queste aree.
Risultato: il Regno Unito non solo continua ad avere problemi di liste d’attesa e sovraccarico, ma viene criticato per una politica di reclutamento che svuota sistemi sanitari già fragili in altre regioni del mondo.
Lavoro e imprese: più frizione, meno slancio
Per le aziende, la Brexit significa più burocrazia e costi:
- dazi formalmente assenti, ma montagne di barriere non tariffarie (moduli doganali, controlli sanitari, norme divergenti) che hanno reso più costoso esportare verso l’UE, soprattutto per le piccole e medie imprese;
- tempi più lunghi e maggiore incertezza nella logistica.
Molte imprese segnalano un calo di competitività sui mercati europei e una difficoltà reale nel sostituire quei volumi con nuovi sbocchi commerciali extra-UE.
Sul fronte dei cittadini, l’effetto è meno spettacolare ma altrettanto concreto: salari reali schiacciati da inflazione e stagnazione, prezzi più alti per importazioni alimentari ed energetiche, e un senso diffuso che le promesse di “ripresa della sovranità” non si siano tradotte in vita migliore.
4. E per chi vuole trasferirsi oggi in UK?
Qui il cambiamento è netto, soprattutto per gli europei continentali.
Dal 1° gennaio 2021 la libera circolazione è finita: per vivere, lavorare o studiare nel Regno Unito serve un visto, esattamente come per qualsiasi altro Paese extra-UE.
Il sistema è a punti, basato su:
- offerta di lavoro da parte di un datore di lavoro britannico con licenza di sponsorship;
- livello di stipendio minimo;
- competenze linguistiche e qualifica professionale.
Le principali vie legali per i cittadini europei sono oggi:
- visti per lavoro qualificato (skilled worker);
- visti per ricerca, alta formazione, università;
- visti per studenti;
- ricongiungimenti familiari.
Chi era già residente in UK prima della fine del periodo di transizione ha potuto aderire all’EU Settlement Scheme, ottenendo diritto a restare con uno status speciale. Ma per chi vuole partire oggi la situazione è completamente diversa rispetto al passato: niente più “prendo un volo per Londra e poi vedo”.
All’orizzonte si discute di un possibile programma di mobilità giovanile fra Regno Unito e Unione Europea, che permetterebbe ai ragazzi europei di lavorare e viaggiare in UK per periodi più lunghi, ma al momento si tratta di ipotesi e negoziati ancora in corso.
In sintesi:
Trasferirsi in Regno Unito è ancora possibile, ma non è più un gesto spontaneo. È un progetto burocratico.
Bisogna mettere in conto pratiche, costi dei visti, requisiti di stipendio e la necessità di un datore di lavoro disposto a sponsorizzare.
5. Brexit è stata un fallimento totale?
La tentazione di rispondere “sì” in blocco è forte, guardando a dati e percezioni. Ma lo sguardo che proviamo a usare su The Integrity Times è un po’ diverso.
Cosa non ha funzionato
- Promesse economiche irrealistiche
L’idea che nuovi accordi commerciali extra-UE potessero compensare rapidamente la perdita del mercato unico si è rivelata ottimistica. Il calo stabile delle esportazioni verso l’Europa e la crescita modesta dei nuovi mercati lo dimostrano. - Gestione politica caotica
Anni di incertezza, governi che cambiavano rotta, ritardi nell’implementazione dei controlli alle frontiere hanno logorato la fiducia di imprese e cittadini. Il “take back control” si è spesso tradotto in “take back confusion”. - Nessun progetto sociale forte
Brexit è stata raccontata come un gesto di “ripresa del controllo”, ma raramente è stata accompagnata da un piano concreto su come usare questo controllo per migliorare sanità, scuola, lavoro, riduzione delle disuguaglianze.
Cosa resta aperto
Tuttavia, la storia non è chiusa.
- L’accordo commerciale fra Regno Unito e UE prevede una revisione nei prossimi anni, e il nuovo governo britannico parla di “reset”: meno attriti su dogane, trasporti, prodotti agroalimentari; più cooperazione su ricerca, sicurezza, energia.
- Sul fronte della mobilità, schemi mirati (giovani, ricercatori, professionisti) potrebbero ricucire almeno in parte lo strappo per alcune categorie di cittadini.
Più che un fallimento totale o un successo nascosto, la Brexit appare oggi per quello che è:
un gigantesco esperimento di ingegneria politica, costato molto in termini economici e di coesione, i cui benefici promessi non si vedono ancora all’orizzonte.
6. La domanda scomoda per l’Europa (e per noi)
Perché parlare di Brexit nel 2026, quando sembra che la discussione pubblica si sia spostata altrove?
Perché il Regno Unito è, volenti o nolenti, il laboratorio di una tentazione che attraversa molte democrazie europee: l’idea che basti alzare un confine per recuperare sovranità, prosperità, controllo.
Quello che i dati ci dicono oggi è diverso:
- i confini si possono rialzare in pochi anni;
- ma ricostruire competitività, credibilità internazionale e diritti di circolazione richiede decenni.
E la domanda non è più solo “Brexit sì o no?”, ma:
Quante delle nostre frustrazioni sono davvero legate all’Europa, e quante invece a problemi interni che nessuno vuole affrontare?
Per i lettori italiani, c’è un’ultima lezione: chi promette scorciatoie identitarie – “ce ne andiamo e risolviamo tutto” – raramente parla del giorno dopo.
Il Regno Unito quel giorno dopo lo sta ancora vivendo, con una crescita più bassa, un NHS più fragile, un rapporto con l’Europa più complicato e una generazione di giovani che, in maggioranza, non avrebbe mai voluto uscire.
La Brexit non è solo un capitolo della storia britannica.
È uno specchio, piuttosto crudele, delle illusioni facili con cui giochiamo quando parliamo di sovranità, confini e futuro.
E guardarlo da vicino, senza titoloni né isterie, è esattamente il tipo di giornalismo che The Integrity Times vuole continuare a fare.
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