La mappa che non vediamo: nel 2025 il mondo ha contato 237.047 morti. E noi l’abbiamo chiamata “normalità”.

La mappa che non vediamo: nel 2025 il mondo ha contato 237.047 morti. E noi l’abbiamo chiamata “normalità”.

Nel 2025, mentre i talk show italiani ripetevano all’infinito le stesse due o tre crisi “principali”, il resto del pianeta continuava a bruciare in silenzio. Non è un’impressione. È un fatto misurabile.

Dai dati ACLED — uno dei database più usati al mondo per tracciare violenza politica e proteste — emerge un quadro che fa paura per la sua semplicità: 237.047 morti legati a conflitti e violenza politica nel solo 2025, e 160.602 eventi di protesta e dimostrazione nello stesso anno.

È qui che nasce il punto centrale di questo reportage: i media ci mostrano solo una parte del problema. La parte più “narrabile”, più televisiva, più adatta a diventare dibattito. Così facendo, però, il quadro reale viene spezzato in frammenti: una guerra alla volta, una crisi alla volta, come se fossero episodi isolati. Non lo sono.

Quello che questa mappa racconta è un’unica cosa diffusa: una crisi globale del potere, della politica e dell’informazione. Una crisi in cui il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i civili.


Il mondo nel 2025: una tragedia enorme, concentrata, ignorata

Il dato più sconvolgente non è solo l’entità del numero globale. È la sua distribuzione.

Nel 2025 126 Paesi/territori hanno registrato almeno un morto legato a violenza politica. Eppure, la grande maggioranza delle vittime si concentra in pochi luoghi: solo 24 Paesi superano i 1.000 morti, ma insieme rappresentano oltre il 95% del totale.

In cima c’è l’Ucraina con 78.347 morti, poi Sudan (18.446), Palestina/Gaza (16.881), Myanmar (15.454), Nigeria (12.096), Somalia (9.807), Messico (8.192), Siria (7.885), Brasile (7.815), Repubblica Democratica del Congo (7.233).

La domanda, a questo punto, non è: perché ci viene raccontata solo una parte di questa violenza? E soprattutto: perché abbiamo smesso di reagire?


Non è solo “guerra”: è violenza politica, potere, repressione, criminalità armata

Quando diciamo “morti nel mondo” immaginiamo subito una guerra classica: due eserciti, un fronte, un’invasione. Ma il 2025 dimostra che la realtà è più vasta e più sporca.

Dentro quei 237.047 morti c’è:

  • la guerra tra Stati (come Russia–Ucraina), dove un Paese attacca o invade un altro;
  • le guerre civili, dove un governo combatte contro ribelli o milizie dentro lo stesso Paese;
  • il terrorismo e le insurrezioni armate, dove gruppi armati colpiscono militari e civili;
  • la violenza diretta contro i civili, spesso usata come arma di controllo;
  • la criminalità organizzata che in molti Paesi agisce come un esercito (cartelli e gang);
  • e, in alcuni contesti, anche la repressione del dissenso, quando protestare diventa un rischio di morte.

Tradotto: non tutte le guerre si chiamano guerra, e non tutti i morti arrivano “dal fronte”. Molti arrivano dalla frattura politica interna, dall’assenza di Stato, dall’uso della forza come lingua principale del potere.


Chi uccide chi: la risposta è sempre potere

Se guardi la mappa con onestà, una cosa diventa evidente: dietro quasi ogni grande tragedia c’è un conflitto di potere. Cambiano i nomi, ma la logica resta.

In Ucraina, la violenza nasce da una guerra tra Stati: un’aggressione militare e una resistenza, con i civili travolti da bombardamenti, attacchi e distruzione.

In Sudan e Myanmar, la violenza esplode quando lo Stato si spacca: forze armate, milizie, giunte, resistenze. Quando il potere non si trasferisce, si impone. E quando si impone, il prezzo lo pagano i civili.

In Palestina/Gaza, la violenza mostra uno dei volti più devastanti: una guerra dove la popolazione resta intrappolata, con un livello di sofferenza che nessun dibattito televisivo può “spiegare” senza diventare disumano.

In Nigeria e Somalia, il quadro è diverso ma il risultato è lo stesso: gruppi armati, insurrezioni, vuoti di governance. Quando lo Stato non controlla o non protegge, qualcun altro controlla al posto suo — e spesso lo fa uccidendo.

In Messico, Brasile, Ecuador, Colombia, la violenza ha un volto ancora più cinico: cartelli, gang, estorsioni, controllo del territorio, scontri tra bande e guerra allo Stato. È un conflitto che non sempre viene chiamato guerra, ma per chi ci vive è guerra.

È qui che la retorica dei talk show cade: non serve essere esperti per capire. Serve solo accettare la realtà: questi morti nascono dal potere, da scelte di potere, da lotte per il potere, o da un potere che non fa più il suo dovere.


Le proteste: 160.602 volte il mondo ha detto “basta”

Nello stesso 2025, ACLED registra 160.602 eventi di protesta. È un numero che racconta una pressione sociale globale: salari, prezzi, libertà, diritti, corruzione, repressione, crisi economiche, identità, guerra.

Ma anche qui bisogna essere chiari: protestare non è violenza. La protesta è spesso l’ultima voce rimasta quando la politica non ascolta più.

Eppure, in molti Paesi, la protesta diventa sangue per una ragione precisa: il potere risponde con forza, o perde il controllo, o lascia che altri attori armati approfittino del caos. Il confine tra piazza e conflitto non è deciso dai cittadini comuni: è deciso da chi ha le armi, da chi comanda, da chi reprime, da chi destabilizza.

Questo è il punto che dobbiamo smettere di ignorare: quando un popolo scende in strada è quasi sempre perché qualcosa si è rotto. Se la politica non ripara, il sistema entra nella fase successiva: scontri, repressione, radicalizzazione. E i morti aumentano.


I Paesi “in rosso”: qui la violenza sta peggiorando

Nella mappa alcuni Paesi sono evidenziati in rosso. Non è una scelta emotiva: è un criterio numerico semplice e leggibile.

Sono Paesi che nel 2025 hanno avuto almeno 1.000 morti e un aumento di almeno +25% rispetto al 2024. In altre parole: luoghi dove non solo si muore, ma si muore di più.

Somalia, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Ecuador, Sud Sudan, RDC Congo, Colombia: contesti diversi, stessa tendenza. La crisi si allarga.


La conclusione che i media non dicono: il problema è la politica, e la disinformazione la protegge

A questo punto, abbiamo visto, misurato e messo su una mappa quello che sta succedendo nel mondo, ma ci chiediamo: perché questo quadro non entra nella coscienza collettiva?

Il sistema dell’informazione — soprattutto quello televisivo — spesso non informa per rendere lucidi i cittadini. Informa per alimentare format: scontro, opinione, tifoseria, reazioni. È un modello che frammenta la realtà in episodi, e l’episodio diventa intrattenimento. Il risultato è che il cittadino non vede il quadro completo. Vede un pezzo. E quando vedi un pezzo, ragioni male.

Ecco perché qui bisogna dirlo apertamente: la politica, così com’è oggi, è parte centrale del problema. Non “la politica” in senso astratto. La politica reale: potere che non ascolta, potere che mente, potere che reprime, potere che compra consenso, potere che si concentra sulla visibilità e non sulla responsabilità.

E quando un popolo non ha informazione chiara, il potere è più libero. Più libero di fare scelte opache. Più libero di ignorare crisi lontane. Più libero di usare la paura o la propaganda. Più libero di trasformare i cittadini in spettatori.


Perché ci riguarda: quello che succede altrove oggi può succedere qui domani

Chi pensa “sono cose lontane” non ha capito la lezione della storia. Le crisi non restano confinate: si spostano, contagiano, rimbalzano.

Le guerre e le proteste globali generano:

  • instabilità economica (energia, prezzi, mercati)
  • migrazioni e pressione sociale
  • radicalizzazioni e insicurezza
  • polarizzazione e propaganda
  • perdita di fiducia nelle istituzioni

Se un sistema politico non è capace di leggere il mondo, non sarà capace di proteggere nemmeno noi. E se un popolo non è capace di pretendere chiarezza, sarà sempre guidato dalla confusione.

Questa mappa, allora, non è solo un’inchiesta sui morti del 2025. È un avviso: stiamo normalizzando una violenza crescente. E la normalizzazione è il primo passo verso l’assuefazione. Dopo l’assuefazione, arriva la rassegnazione. E dopo la rassegnazione, arriva il crollo.


Fonte: ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), dataset annuali aggregati per Paese, aggiornati al 09 gennaio 2026.
“Morti 2025”: reported fatalities legate a conflitti e violenza politica registrate da ACLED nel corso del solo anno 2025 (aggregazione settimanale).
“Proteste 2025”: eventi di demonstrations registrati nel 2025.

Nota metodologica: i dati riportati sono basati su conteggi reported e possono essere aggiornati nel tempo in seguito a nuove verifiche, revisioni o integrazioni delle fonti. I valori presentati rappresentano ordini di grandezza coerenti con i dataset ACLED disponibili alla data di aggiornamento e sono utilizzati a fini di analisi e interpretazione del fenomeno.

Contorno rosso nella mappa: Paesi con ≥ 1.000 morti nel 2025 e con un incremento ≥ +25% rispetto al 2024.

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