Venezuela, Messico, Groenlandia: quando la sovranità diventa opzionale

Venezuela, Messico, Groenlandia: quando la sovranità diventa opzionale

C’è una scena che resterà come spartiacque.
Nel cuore della notte, aereo-cisterne e caccia decollano da basi Usa, bombardano infrastrutture in Venezuela, poi forze speciali catturano il presidente Nicolás Maduro e lo portano in manette a New York. L’operazione ha un nome hollywoodiano – “Absolute Resolve” – e un bilancio pesante: decine di morti, tra militari e civili, secondo fonti venezuelane e cubane.

A distanza di poche ore, la Casa Bianca festeggia la “missione compiuta”. Il presidente Donald Trump parla di una “operazione di law enforcement contro un narco-dittatore”, non di un atto di guerra.

Alle Nazioni Unite, però, la musica è diversa: una larga parte del Consiglio di Sicurezza – avversari ma anche alleati storici di Washington – parla apertamente di “crimine di aggressione” e di violazione della Carta ONU, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato se non per autodifesa o con mandato del Consiglio stesso.

In mezzo, l’Europa tentenna.
E l’Italia, per bocca della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, definisce l’azione “legittima”, allineandosi senza esitazioni alla narrativa Usa.

La domanda, per The Integrity Times, è semplice e scomoda:
quale idea di sovranità e di diritto internazionale stiamo accettando, oggi, in nostro nome?


“Alleati sì, sudditi no”: la lezione che arriva da Città del Messico

Mentre l’Europa balbetta, da Città del Messico arriva una frase destinata a pesare.

La presidente Claudia Sheinbaum condanna l’intervento in Venezuela e ribadisce un principio che dovrebbe essere ovvio: cooperazione sì, ma nessuna ingerenza militare sul proprio territorio. Il messaggio – rivolto a Trump, che ha ventilato operazioni armate anche in Messico “contro i cartelli” – è chiarissimo:

“Siamo alleati, ma non siamo vostri sudditi. Il Messico lo governiamo noi.”

È la vecchia dottrina latinoamericana della non-interferenza che riaffiora.
L’idea che la guerra al narcotraffico, per quanto drammatica, non possa diventare il passe-partout per varcare i confini di altri Paesi come fossero porte girevoli.

Lo stesso principio che, se preso sul serio, dovrebbe valere per chiunque – compresi gli Stati Uniti.


“Venezuela oggi, Groenlandia domani”

La sensazione di “nuovo colonialismo” non nasce solo dal raid su Caracas.
Nel giro di pochi giorni, Trump ha:

  • minacciato Cuba, Colombia, Messico e Iran di possibili “azioni simili” a quella venezuelana;
  • rilanciato la sua vecchia ossessione per Groenlandia, arrivando a dire che gli Usa “ne hanno assolutamente bisogno” e ventilando l’ipotesi di annessione per ragioni di sicurezza e controllo delle risorse artiche.

La reazione europea e danese è stata, stavolta, molto più netta:
la premier Mette Frederiksen ha avvertito che un attacco alla sovranità di Groenlandia – territorio danese e membro Nato – equivarrebbe di fatto a distruggere l’Alleanza Atlantica.

E qui il paradosso esplode:
la sovranità vale di più se un territorio è bianco, artico, Nato, e molto meno se è latinoamericano, povero e spaccato dalla crisi?

Se il principio è “possiamo catturare un presidente straniero, bombardando il suo Paese, perché lo riteniamo un criminale”, allora nessuno è al sicuro. Perché domani qualcun altro potrebbe rivendicare lo stesso “diritto” contro chiunque, appellandosi alla stessa logica.


Il diritto internazionale come optional

Giuristi e relatori speciali delle Nazioni Unite, in queste ore, stanno usando parole pesantissime: parlano di violazione dell’articolo 2(4) della Carta ONU, di uso della forza non giustificato né da autodifesa né da mandato del Consiglio, di “atto di aggressione”.

Ma c’è un dato ancora più inquietante:
tutti sanno che, sul piano pratico, non succederà nulla.

Gli Stati Uniti hanno diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, non esiste una “polizia internazionale” in grado di imporre sanzioni significative a una superpotenza e l’intero sistema giuridico globale si regge, in ultima analisi, sulla disponibilità dei più forti a rispettarne le regole.

Se i più forti decidono che le regole valgono solo per gli altri, il diritto internazionale diventa un optional politico.
E con lui, la sovranità dei Paesi più deboli.


Il silenzio (colpevole) dell’Europa – e dell’Italia

C’è poi un tema che riguarda direttamente noi.

Davanti a un’operazione militare in cui:

  • non c’è stato attacco armato contro gli Usa da parte del Venezuela,
  • non c’è stato voto del Consiglio di Sicurezza,
  • non c’è nemmeno una richiesta di intervento da un governo riconosciuto alternativo a Maduro,

una parte rilevante dell’Europa ha espresso “preoccupazione”, ma si è fermata lì.
L’Italia è andata oltre: ha definito la mossa americana “legittima”, senza un vero dibattito pubblico, senza nemmeno una discussione parlamentare che desse a quella parola un peso democratico reale.

È un precedente pericoloso:
se accettiamo che un presidente americano possa rovesciare – tramite bombardamento – un capo di Stato straniero e portarlo davanti a un giudice Usa, in quale posizione ci mettiamo quando altri faranno lo stesso?

E soprattutto: con quale credibilità, domani, parleremo di diritto internazionale se oggi lo trattiamo come una variabile dipendente dalle convenienze del momento?


“Guerra alla droga” o controllo delle risorse?

Nessuno, qui, ha nostalgia del regime di Maduro.
La sua gestione del Venezuela è stata – dati alla mano – disastrosa: collasso economico, repressione politica, un esodo biblico di milioni di cittadini verso i Paesi vicini.

Ma la domanda che dobbiamo farci non è “Maduro è innocente?”.
La domanda è:

Da quando la colpa di un leader giustifica il diritto di un altro Paese a bombardare il suo territorio per catturarlo?

Le stesse fonti che ricostruiscono l’operazione ricordano che il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo e enormi giacimenti di oro e terre rare.
Trump, nei suoi discorsi, non ha mai nascosto che il controllo delle risorse è un obiettivo esplicito della sua politica verso Caracas e, ora, verso Groenlandia.

È difficile non vedere, dietro la retorica della “guerra alla droga”, un ritorno allo schema classico del neo-colonialismo: intervenire dove ci sono risorse strategiche, chiamare “law enforcement” ciò che somiglia a un’operazione di cambio di regime, dichiarare temporanea la gestione diretta… e rimandare all’infinito la restituzione della piena sovranità.


Da cittadini, non da tifosi

Come The Integrity Times abbiamo scelto, fin dal primo giorno, una regola semplice:
non fare il tifo per i governi, ma per i principi.

Chi oggi applaude l’operazione in Venezuela perché “Maduro è un dittatore”, dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe se domani un’altra potenza decidesse di fare lo stesso con un governo occidentale, invocando altre accuse: crimini di guerra, violazione dei diritti umani, disastri ambientali.

Se accettiamo che la forza prevalga sul diritto quando ci fa comodo, stiamo preparando il terreno perché ciò accada anche quando non ci farà comodo affatto.


Una domanda da lasciare aperta

Il punto non è difendere Maduro, né parteggiare per Trump, per Sheinbaum o per la premier danese.

Il punto è questo:

Che tipo di mondo vogliamo consegnare ai prossimi trent’anni?
Uno in cui i confini e le costituzioni sono protetti da regole comuni, o uno in cui tutto diventa negoziabile se hai abbastanza missili, basi militari e controllo delle rotte energetiche?

La risposta non la daranno le conferenze stampa, ma il modo in cui noi – come cittadini, come Paesi, come Europa – reagiremo adesso.

Perché se oggi restiamo in silenzio davanti a un presidente portato via di notte da un altro Stato, bombardando la sua capitale, domani potremmo scoprire che la sovranità, anche la nostra, era solo una parola da comizio.

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