Informazione malata di click

Informazione malata di click

Perché il cittadino è diventato cliente – e come possiamo riprenderci le notizie

In Italia oggi succede una cosa strana: quasi due terzi delle persone consultano le notizie più volte al giorno, ma solo un terzo dice di fidarsi di ciò che legge o ascolta.

Lo racconta il Digital News Report 2024: l’interesse dichiarato per le news è crollato dal 74% del 2016 al 40% del 2024, mentre la fiducia complessiva nell’informazione è ferma al 34%.
Eppure, nello stesso tempo, il 63% degli italiani apre le notizie più volte al giorno e l’82% le legge dallo smartphone.

È un paradosso:
non abbiamo mai consumato così tanta informazione,
non ci siamo mai fidati così poco di chi ce la dà.

Forse allora il problema non è solo “quanto” informazione circola, ma come viene costruita.

Dalla notizia al prodotto

In teoria il giornalismo dovrebbe servire a una cosa semplice:
aiutare i cittadini a capire il mondo in cui vivono.

In pratica, negli ultimi anni è successo qualcos’altro.
L’informazione è entrata definitivamente nella logica delle piattaforme: contano i clic, il tempo di permanenza, le condivisioni. È così che si paga la pubblicità, è così che si sopravvive.

Il risultato lo vediamo ogni giorno:

  • titoli mozzati che promettono rivelazioni che l’articolo non contiene;
  • aggettivi gonfiati (“shock”, “clamoroso”, “incredibile”) usati per fatti ordinari;
  • notizie complesse ridotte a scontro tra tifoserie nei talk show serali.

Il termine tecnico è clickbait: contenuti progettati per attirare il maggior numero di clic possibili grazie a titoli accattivanti, per aumentare il valore dello spazio pubblicitario.

In sé non è un reato.
Ma se il modello economico di un media è costruito quasi solo su questo, la tentazione è una: mettere il lettore al centro non come cittadino, ma come cliente da trattenere sul sito il più a lungo possibile.

Non è più importante che tu capisca.
È importante che tu resti.

Troppe news, poca realtà

Secondo l’ultimo rapporto Censis, oltre il 90% degli italiani usa internet e quasi l’89% ha uno smartphone; i social network sono utilizzati dall’85% della popolazione.

Un’altra indagine stima in quasi 6 ore al giorno il tempo medio passato dagli italiani davanti a schermi digitali (smartphone e PC).

Dentro queste ore c’è di tutto: lavoro, chat, video, giochi.
Ma c’è anche un flusso continuo di notizie, link, “contenuti” che competono per un unico bene scarso: la nostra attenzione.

Il giornalismo, in questo ambiente, si adatta: non racconta più solo ciò che è rilevante, ma ciò che funziona nell’algoritmo.

  • Una notizia moderata, con un titolo sobrio, gira poco.
  • Una notizia urlata, con un nemico chiaro e una vittima indignata, vola.

E così, giorno dopo giorno, i fatti complessi (migrazioni, clima, lavoro, salute, demografia) vengono trattati come format emotivi: un politico “contro” un altro, un esperto “contro” un altro, un frame identitario da usare in tutte le trasmissioni fino alla prossima emergenza.

L’effetto collaterale è devastante:
il cittadino si sente bombardato, confuso, spesso manipolato.
E smette di fidarsi.

Non perché non gli interessi il mondo – ma perché percepisce che molti media non stanno più lavorando per lui, ma su di lui.

Social network, terreno minato

Nel Digital News Report 2024 si legge che la TV resta la principale fonte di informazione per gli italiani (50%), subito seguita dalle fonti digitali (43%).
Ma soprattutto cresce la quota di chi si informa attraverso i social: tra i giovani europei 16–30 anni, il 40% dichiara di usarli come canale principale per le notizie; in Italia la percentuale è simile.

Facebook, Instagram, YouTube, TikTok non sono solo piattaforme di svago: sono diventati edicolanti algoritmici. Decidono cosa vediamo in base ai nostri clic precedenti, alle nostre reazioni, ai nostri tempi di permanenza.

Non abbiamo davanti una “prima pagina”:
abbiamo un flusso personalizzato, costruito per tenerci agganciati.

In questa logica, il giornale che si rifiuta di usare titoli urlati spesso scompare dal feed.
Chi cerca di spiegare in profondità viene oscurato da chi promette “le 5 cose che nessuno ti dice su…”.

Il problema non è solo etico, è politico:
se la realtà viene filtrata da algoritmi addestrati a massimizzare il coinvolgimento, la nostra percezione del mondo sarà sempre più polarizzata e ansiosa.

E il lettore dove sta?

Dentro questo quadro, il lettore rischia di diventare una figura passiva: oggetto di campagne, destinazione di target pubblicitari, massa da “ingaggiare”.

The Integrity Times nasce in un altro posto.
Parte da una domanda semplice:

Che diritti dovrebbe avere un lettore, oggi, in un ecosistema informativo dominato dai click?

Proviamo a elencarne alcuni, quasi fosse una piccola Carta dei diritti del lettore.

  1. Diritto a titoli onesti
    Un titolo deve informare, non tradire l’articolo.
    Nessuna promessa di “verità nascoste” se dentro c’è solo opinione.
  2. Diritto al contesto
    Numeri e percentuali senza paragoni, senza serie storiche, senza scala sono propaganda, non informazione.
  3. Diritto a distinguere fatti e opinioni
    Un commento deve essere dichiarato tale.
    Un editoriale non può travestirsi da pezzo neutro.
  4. Diritto al silenzio informativo
    Il diritto a non essere aggiornati ogni cinque minuti su tutto.
    Avere meno notizie, ma più comprensibili.
  5. Diritto a sapere chi paga il conto
    Chi finanzia quello che sto leggendo? Pubblicità? Sponsor? Fondazioni?
    La trasparenza economica è parte della credibilità.

Questi diritti non esistono in nessuna legge.
Esistono solo se i lettori cominciano a pretenderli.

Cosa possiamo fare, noi lettori

La domanda allora è: cosa può fare una persona normale, che lavora, ha una famiglia, non ha tempo di studiare tutto?

Non possiamo riformare da soli l’industria dei media.
Ma possiamo cambiare la domanda che le rivolgiamo.

Tre gesti, apparentemente piccoli.

1. Scegliere poche fonti, e averne cura
Meglio tre giornali (o magazine) selezionati, letti con calma, magari supportati economicamente, che una dieta fatta di cento link anonimi al giorno.
Ogni abbonamento, anche piccolo, è un voto in favore di un certo modo di fare informazione.

2. Disertare i contenuti tossici
Ogni clic su un titolo volutamente fuorviante dice al sistema: “fai più cose così”.
Scorrere oltre non è disinteresse: è un atto politico minimo.

3. Prendersi momenti di lettura lenta
Ritagliare ogni giorno un tempo – anche breve – per un solo articolo lungo, un approfondimento, un podcast serio.
La mente non è fatta per vivere di breaking news infinite.

The Integrity Times non può promettere neutralità assoluta: nessun essere umano è neutro.
Può però promettere una cosa diversa:
non inseguire il clic facile, non usare la paura come gancio, non sacrificare la complessità in nome dell’engagement.

Se l’informazione è malata di click, la cura non arriva in un giorno.
Ma comincia da qui: da lettori che, invece di chiedere “cosa c’è di nuovo?”, tornano a chiedere “cosa c’è di vero?” – e sono disposti a rinunciare a un po’ di rumore pur di ritrovare, nelle notizie, un pezzo di realtà.

Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times

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