L’epidemia silenziosa della solitudine: quando il mondo connesso si sente sempre più solo

L’epidemia silenziosa della solitudine: quando il mondo connesso si sente sempre più solo

C’è una parola che raramente entra nei talk show, ma che sta diventando centrale nei report internazionali: solitudine.

Non la solitudine scelta – il bisogno ogni tanto di stare da soli – ma quella che si insinua nei giorni, svuota le relazioni, rende pesanti i gesti più semplici. Una condizione che oggi non è più solo un malessere individuale: sta diventando un tema di salute pubblica globale.

Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha approvato una risoluzione che riconosce la connessione sociale come questione essenziale per le politiche sanitarie del mondo.
In parallelo, un nuovo rapporto dell’OCSE sulla solitudine nei paesi avanzati descrive un quadro chiaro: le persone si vedono di persona meno spesso, aumentano i contatti a distanza, ma il benessere non segue lo stesso ritmo.

Siamo più raggiungibili che mai. Eppure, per molti, la sensazione di essere soli non è mai stata così forte.


I numeri che non si vedono: la solitudine come rischio sanitario

Un’analisi collegata al rapporto OCSE stima che, tra il 2014 e il 2023, quasi una persona su sei nel mondo abbia sperimentato forme significative di solitudine, con un impatto che si traduce in centinaia di migliaia di morti premature ogni anno. La solitudine prolungata aumenta infatti il rischio di malattie cardiovascolari, depressione, ansia, peggiori performance lavorative e scolastiche, perfino la probabilità di perdere il lavoro.

Nei paesi OCSE la quota di persone che dichiara di sentirsi sola “la maggior parte o tutto il tempo” oscilla tra il 3 e il 13%. Non numeri marginali: in una città di 100.000 abitanti significa che tra 3.000 e 13.000 persone vivono la solitudine come condizione quasi quotidiana.

A questo si aggiunge la crisi di salute mentale più ampia che l’OMS descrive con dati difficili da ignorare: più di un miliardo di persone nel mondo vive con un disturbo mentale, dalle forme d’ansia alla depressione.
Tra gli adolescenti, circa uno su sette soffre di un disturbo mentale, e il suicidio è la terza causa di morte tra i 15 e i 29 anni.

Solitudine e salute mentale non sono la stessa cosa, ma si alimentano a vicenda. Non è un caso che molte strategie nazionali contro la solitudine – dal Regno Unito al Giappone, fino ai programmi locali in paesi europei – nascano dentro i ministeri della salute o del welfare, non solo in quelli dei servizi sociali.


Giovani sempre online… e sempre più soli?

C’è un paradosso che torna in quasi tutte le ricerche: i giovani sono la generazione più connessa della storia, ma anche una delle più esposte alla solitudine.

Un’indagine recente su ragazzi tra 13 e 24 anni negli Stati Uniti mostra che oltre il 60% sente che la solitudine influisce sulla propria salute mentale, e il 35% dichiara che interferisce concretamente con la vita quotidiana.
A livello globale, un rapporto UNICEF sulla salute mentale di Gen Z parla di una generazione lucida, preoccupata per il futuro del pianeta e dei propri paesi, ma spesso poco supportata da famiglie, scuole e servizi.

Il quadro non è solo negativo: in alcuni paesi del Nord Europa, i dati più recenti mostrano un miglioramento rispetto al picco di solitudine registrato durante la pandemia. I giovani rimangono però il gruppo con le percentuali più alte di isolamento percepito.

La domanda che dovremmo farci, allora, è meno moralistica e più concreta:

se passiamo ore al giorno a comunicare, perché così tanti ragazzi si sentono ugualmente soli?


Un problema individuale o una questione di sistema?

La solitudine viene spesso raccontata come un difetto personale:
“devi uscire di più”, “basta social, fatti degli amici veri”.

Ma i dati raccolti dall’OCSE mostrano con chiarezza che non tutte le persone hanno le stesse opportunità di connessione: chi è povero, chi vive solo, chi ha problemi di salute, chi appartiene a minoranze stigmatizzate è più esposto al rischio di isolamento.

Non è solo una questione di carattere, è anche una questione di:

  • città progettate per muoversi, non per incontrarsi;
  • orari di lavoro che schiacciano il tempo libero;
  • reti famigliari più fragili o lontane;
  • servizi pubblici ridotti al minimo;
  • vita digitale che sostituisce il contatto fisico senza offrirne uno equivalente.

Se la solitudine colpisce in modo diverso gruppi diversi, allora non basta invitare le persone a “telefonare a un amico”: servono politiche di connessione sociale. È ciò che la risoluzione dell’OMS ha iniziato timidamente a dire: la connessione non è un lusso, è una componente della salute, come l’alimentazione o il movimento.


Lavoro, scuola, quartieri: dove si costruiscono (o si rompono) i legami

Nelle agende politiche il tema della solitudine fatica a entrare, perché non sembra mai urgente come il PIL, l’energia o le guerre. Eppure, guardando meglio, si intreccia con tutto.

  • Nel lavoro: chi è isolato ha più probabilità di ammalarsi, rendere meno, cambiare spesso impiego o uscire dal mercato del lavoro. Il costo in termini di produttività e welfare è reale, anche se poco calcolato.
  • Nella scuola e nell’università: l’isolamento sociale aumenta il rischio di abbandono, peggiora l’apprendimento, amplifica le disuguaglianze tra chi ha una rete di supporto e chi no.
  • Nei quartieri: dove mancano spazi pubblici, associazioni, biblioteche, luoghi di comunità, la solitudine diventa più probabile; dove il tessuto associativo è vivo, i rischi si riducono.

Non è un caso che alcune città – da Londra a Berlino, da Barcellona a Seul – abbiano avviato progetti specifici per rafforzare la “infrastruttura sociale”: biblioteche di quartiere come hub civici, centri di comunità, programmi di volontariato di vicinato, persino “prescrizioni sociali” dove il medico di base può indirizzare a gruppi o attività, non solo a farmaci.


Cosa potrebbe fare un paese che prende sul serio la solitudine

Se proviamo a guardare il problema con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è più “quanto è grave la solitudine?”, ma “che cosa farebbe un Paese che decide davvero di affrontarla?”.

Alcune piste, già sperimentate altrove, potrebbero essere adattate anche al contesto italiano:

  1. Riconoscere ufficialmente il tema
    Inserire la connessione sociale nelle strategie nazionali di salute, con indicatori chiari su solitudine, qualità delle relazioni, accesso a spazi e attività di comunità.
  2. Misurare, non solo intuire
    Integrare domande su solitudine e supporto sociale nelle grandi indagini statistiche (Istat, indagini sul benessere, questionari scolastici). Senza numeri, il problema resta invisibile.
  3. Investire in infrastruttura sociale
    Biblioteche, centri civici, associazionismo, cooperative di quartiere: tutto ciò che rende possibile incontrarsi fisicamente. Non sono “spese accessorie”, ma politiche contro la solitudine.
  4. Programmi mirati per i gruppi più esposti
    Anziani soli, giovani precari, caregiver, persone con disabilità, migranti: ognuno ha forme diverse di isolamento. Le risposte devono essere specifiche, non generiche campagne motivazionali.
  5. Regolare – e usare meglio – il digitale
    L’obiettivo non è demonizzare i social, ma sfruttarli per favorire connessioni reali: piattaforme locali per attività di quartiere, volontariato, mentoring tra generazioni, gruppi di supporto moderati e sicuri.

Una questione di sguardo

C’è un passaggio, nel rapporto dell’OCSE, che colpisce più delle tabelle:
ricorda che la solitudine non è distribuita a caso. Colpisce di più chi è già ai margini, chi ha meno risorse economiche, chi è discriminato, chi vive in contesti fragili.

Parlare di solitudine, allora, non significa invitare tutti a “fare più aperitivo”, ma decidere se una società vuole accettare l’idea che una parte dei suoi membri viva strutturalmente ai bordi, invisibile, scollegata, silenziosa.

In un mondo ossessionato dai numeri immediati – spread, sondaggi, click – la solitudine è un indicatore meno appariscente, ma forse più radicale: racconta quante persone si sentono ancora parte di un “noi”.

Il paradosso è che, proprio mentre la tecnologia ci collega in ogni istante, abbiamo bisogno di tornare a una domanda antica, semplice, quasi imbarazzante per quanto è diretta:

Quante persone, intorno a noi, possono davvero dire di non sentirsi sole?

Una democrazia che non prova a rispondere, nel silenzio delle statistiche e delle vite quotidiane, sta accettando di perdere un pezzo fondamentale di sé.
Non è solo una questione di salute. È una questione di che tipo di società vogliamo essere.

Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times

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