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Rubrica Autori — I pensatori che ci hanno lasciato gli strumenti per capire il presente

Byung-Chul Han

Il potere senza padrone

Non è il capo che ti sfrutta. Non è il sistema che ti opprime dall’esterno. Sei tu, ogni mattina, a riaprire il laptop ancora prima del caffè. Sei tu a sentirti in colpa quando non sei produttivo. Sei tu il tuo aguzzino. Byung-Chul Han ha un nome per questa condizione. E ha dimostrato che non è una debolezza personale: è la struttura del sistema.

The Integrity Times  ·  Cultura & Società  ·  Aprile 2026  ·  Fonti: Wikipedia EN · Aeon Essays · Einaudi · Nottetempo · Il Post · LA Review of Books · Testi originali
La serie Autori TIT Camus — esistenza · Arendt — responsabilità · Orwell — verità · Foucault — potere invisibile · Han — il potere senza padrone

Seoul, anni Sessanta. Un bambino smonta oggetti, avvolge fili, mescola sostanze chimiche nella sua camera da letto, imitando il padre ingegnere civile che costruisce ponti e infrastrutture in una Corea del Sud che corre verso la modernità industriale. Un giorno l’esperimento va storto: un’esplosione quasi lo accieca. Le cicatrici sul viso le porterà per tutta la vita. Quel bambino diventerà il filosofo più letto del suo tempo — non nelle università, ma tra i giovani professionisti che ritrovano nel suo lessico la descrizione esatta di qualcosa che vivono ogni giorno senza riuscire a nominarla.

Scheda biografica

Nome completo Byung-Chul Han (한병철)
Nato 1959, Seoul, Corea del Sud
Padre Ingegnere civile, ha lavorato ai grandi progetti infrastrutturali della Corea del Sud in fase di sviluppo industriale
Studi iniziali Metallurgia, Korea University di Seoul — corso abbandonato per la filosofia
Formazione filosofica Friburgo im Breisgau e Monaco — filosofia, letteratura tedesca, teologia cattolica. Dottorato 1994 su Heidegger (Stimmung)
Carriera accademica Università di Basilea (2000–2010) · Karlsruhe University of Arts and Design (2010–2012) · Universität der Künste Berlin (2012–2017)
Opera principale La società della stanchezza (Müdigkeitsgesellschaft, Matthes & Seitz, 2010; trad. it. Nottetempo, 2012)
Riconoscimenti Premio Principessa delle Asturie per la Comunicazione e le Scienze Umane 2025 · Tradotto in oltre 35 lingue · I giornali sudcoreani lo votano libro più importante del 2012
1. L’uomo: l’esplosione, la fuga, la trasformazione

Il padre di Byung-Chul Han è un ingegnere civile. Ha contribuito a costruire la Corea del Sud moderna — strade, ponti, infrastrutture per un paese che nel giro di trent’anni passa dalla guerra alla tredicesima economia del mondo. Il figlio lo imita: smonta, costruisce, sperimenta. Ma un’esplosione chimica nella sua camera da letto mette fine agli esperimenti. Le cicatrici restano. La curiosità no.

Alla Korea University di Seoul studia metallurgia — la scelta razionale in un paese che ha fame di tecnici e ingegneri, la scelta che la famiglia capisce e approva. Ma qualcosa non torna. Han legge. Legge lentamente, ma legge. E più legge, più sente che il posto in cui vuole stare non è un laboratorio ma una pagina. “Alla fine dei miei studi mi sentivo come un idiota”, dirà. “Volevo studiare qualcosa di letterario, ma in Corea non si può cambiare corso, e la mia famiglia non me lo avrebbe permesso.”

La soluzione è radicale: mentire. Dice ai genitori che continuerà gli studi tecnici in Germania, dove lo attende un’università di ingegneria. Sale su un aereo. Ha ventitré anni, quasi nessuna conoscenza del tedesco, pochissime letture filosofiche alle spalle. Arriva a Friburgo. Poi a Monaco. Cambia subito indirizzo: letteratura tedesca, teologia cattolica, filosofia. Quando scopre che può leggere Hegel anche a una pagina al giorno e capire tutto, capisce di aver trovato il suo passo.

«Ho mentito ai miei genitori e mi sono stabilito in Germania anche se riuscivo a malapena ad esprimermi in tedesco. Volevo studiare letteratura tedesca. Non sapevo nulla di filosofia. Ho scoperto chi erano Husserl e Heidegger solo dopo essere arrivato in Germania. Essere romantico, volevo studiare letteratura, ma leggevo troppo lentamente. Così sono passato alla filosofia. Per studiare Hegel, la velocità non è importante. È sufficiente riuscire a leggere una pagina al giorno.»

— Byung-Chul Han, intervista a El País, 2023

2. La formazione: Heidegger, il Buddhismo Zen e uno sguardo da fuori

Nel 1994 Han ottiene il dottorato all’Università di Friburgo con una tesi sul concetto di Stimmung — lo “stato d’animo” — in Martin Heidegger. Non è una scelta accademica secondaria: è la chiave di volta di tutto il pensiero successivo. Per Heidegger la Stimmung non è un’emozione soggettiva ma un modo fondamentale di essere nel mondo — il tono affettivo che precede ogni pensiero e ne determina la qualità. Han sceglie Heidegger perché Heidegger, più di chiunque altro nella tradizione occidentale, si pone la domanda sull’essere nel tempo: come si abita il presente? Come ci si rapporta alla durata, alla pausa, al silenzio?

Ma Han porta con sé anche qualcosa che nessun filosofo tedesco potrebbe importargli: la formazione culturale coreana e la familiarità con il pensiero orientale. Il Buddhismo Zen attraversa tutta la sua opera in modo sotterraneo ma costante — nella valorizzazione del vuoto, nella critica all’iperattività dell’ego, nel concetto di “stanchezza fondamentale” che riconcilia invece di isolare. Han non fa del sincretismo: usa Heidegger per articolare il disagio occidentale e il pensiero orientale per intravedere una direzione alternativa. È questa doppia radice che rende il suo sguardo unico — quello di chi guarda la modernità europea dall’interno della sua tradizione filosofica più profonda, ma con gli occhi di chi vi è entrato da fuori, a ventitre anni, con una valigia e una bugia.

Dopo il dottorato insegna all’Università di Basilea, dove completa la sua abilitazione. Dal 2010 è all’Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, poi dal 2012 alla Universität der Künste di Berlino, dove insegna fino al 2017. Scrive in tedesco — una lingua che considera ora più sua del coreano — e i suoi libri vengono tradotti in oltre 35 lingue. Il suo stile è inconfondibile: frasi brevi, costruite come assiomi, quasi aforistiche. Niente subordinate elaborate, niente tecnicismo accademico. Una chiarezza che molti colleghi gli rimprovereranno come superficialità. Ma è la stessa chiarezza che farà dei suoi libri i filosofici più letti dai non-filosofi del loro tempo.

3. L’opera: La società della stanchezza (2010)

Müdigkeitsgesellschaft esce nel 2010 presso Matthes & Seitz, Berlino. Ottantotto pagine. In Italia esce nel 2012 per Nottetempo nella traduzione di Federica Buongiorno con il titolo La società della stanchezza. I giornali sudcoreani lo eleggono libro più importante dell’anno. In America Latina diventa un bestseller che supera le centomila copie. Il New Yorker lo definirà anni dopo “il filosofo preferito di Internet.” Un paradosso che Han avrebbe sicuramente apprezzato.

Il libro muove da una distinzione che sembra clinica ma è filosofica: le grandi malattie del XX secolo erano batteriche e virali — venivano dall’esterno, dall’Altro, dall’Estraneo che invadeva l’organismo. Il sistema immunitario era il paradigma biologico di quel secolo: separare il sé dall’altro, difendersi, espellere. Le grandi malattie del XXI secolo sono invece neuronali — depressione, sindrome da burnout, ADHD, disturbo borderline. Non vengono dall’Estraneo. Vengono dall’Eguale. Dal troppo di noi stessi. Il nemico non è fuori: è dentro, ed è noi.

La ragione di questo passaggio, argomenta Han, è la trasformazione della struttura del potere sociale. Siamo passati da una società disciplinare — che agisce attraverso divieti, obblighi, istituzioni fisiche di controllo — a una società della prestazione (Leistungsgesellschaft), che opera attraverso la positività: non “devi,” ma “puoi.” Non il padrone che ordina, ma il coach che motiva. Non il lavoro come obbligo, ma come autorealizzazione. Il soggetto moderno non è un suddito dell’obbedienza: è un imprenditore di sé stesso. Si autogestisce, si autoottimizza, si autosfrutta — convinto di essere finalmente libero.

«La società odierna non è primariamente disciplinare ma è una società della prestazione. I suoi abitanti non si chiamano più “soggetti dell’obbedienza” ma soggetti della prestazione e della produzione. Sono imprenditori di sé stessi.»

— Byung-Chul Han, La società della stanchezza (Nottetempo, 2012)

4. Il paradosso: la libertà come trappola

Qui Han tocca il suo punto più originale e più scomodo. Il soggetto della prestazione non è oppresso: è libero. Non ha un padrone da cui fuggire. Non ha una catena visibile da spezzare. Ha obiettivi, ha KPI, ha una versione migliore di sé a cui tendere. È esattamente questa libertà a renderlo indifeso. Contro il padrone puoi ribellarti. Contro il sistema disciplinare puoi resistere. Contro la tua ambizione, il tuo bisogno di approvazione, la tua voce interiore che dice “non basta ancora” — non hai strumenti. La violenza esterna produce resistenza. La violenza interna produce esaurimento.

Han lo esprime con una formula che deve molto a Nietzsche: la distinzione tra potenza positiva — il poter fare — e potenza negativa — il poter non fare. Il soggetto della prestazione ha massimizzato la potenza positiva: può fare tutto, è disponibile sempre, risponde sempre, produce sempre. Ma ha perso completamente la potenza negativa: non sa dire di no. Non sa fermarsi. Non sa oziare. E questa incapacità non è una debolezza morale: è il risultato strutturale di un sistema che ha trasformato il limite in fallimento e la pausa in pigrizia.

È qui che occorre chiarire un equivoco frequente nella ricezione di Han: la sua critica non è contro il lavoro, né contro la produzione in sé. Han non chiede di smettere di fare. Chiede di smettere di misurare il valore di sé esclusivamente attraverso ciò che si produce. La distinzione è cruciale: si può lavorare, creare, costruire — senza farlo nell’ottica dell’ottimizzazione continua, dell’autosfruttamento, della performance come fine in sé. Il giardiniere che cura il suo orto non sta “non facendo nulla”: sta facendo qualcosa che non si misura in KPI. L’artigiano che costruisce un oggetto con cura non sta rinunciando alla produzione: sta producendo con un rapporto diverso con il tempo e con il senso. Han non contrappone fare e non fare. Contrappone prestazione e senso.

Han dialoga esplicitamente con Hannah Arendt, la filosofa che aveva posto la vita activa — il fare, l’agire, il produrre — al centro della sua riflessione politica, restituendole centralità rispetto alla lunga tradizione contemplativa occidentale. Han non la rigetta: la corregge. Il problema non è che facciamo troppo — è che abbiamo ridotto tutto il fare alla sola logica della prestazione, espellendo ogni altra forma di attività che non si lasci misurare, ottimizzare, monetizzare. La vita contemplativa che rivendica non è inazione: è il nome che dà a tutto ciò che sfugge alla logica del rendimento — il pensiero, la cura, il gioco, la bellezza, l’amicizia.

«Ognuno è padrone e servo in un’unica persona. Anche la lotta di classe si trasforma in una lotta interiore con sé stessi. Chi si sfrutta si illude di essere libero.»

— Byung-Chul Han, La società della stanchezza

5. La stanchezza come filosofia: due modi di essere esausti

Il contributo filosoficamente più originale del libro — quello che va oltre la critica sociologica e tocca qualcosa di genuinamente nuovo — è la distinzione tra due forme di stanchezza radicalmente diverse. La prima è la stanchezza dell’esaurimento: quella del burnout, che divide e isola. È la stanchezza dell’io che non ce la fa più, che si chiude, che non riesce a guardare oltre sé stesso. “L’io solitario della stanchezza da prestazione è troppo pieno di sé, troppo ricco di io,” scrive Han. Non è una stanchezza che riposa: è una stanchezza che non lascia riposare.

La seconda è la stanchezza fondamentale — quella che Han, richiamando il drammaturgo Peter Handke, chiama la “stanchezza che riconcilia.” È la stanchezza dopo uno sforzo compiuto fino in fondo e con senso, che svuota l’io e apre al mondo. In questo stato, la percezione si dilata, il tempo rallenta, le cose acquistano peso e presenza. “Meno io significa più mondo.” Non è vuoto: è spazio.

La differenza tra le due stanchezze non è nella quantità di lavoro svolto — è nella qualità del rapporto con ciò che si fa. Un chirurgo che opera per dodici ore consecutive perché ama il suo mestiere e sente il peso di ogni paziente non ha lo stesso esaurimento di un consulente che produce slide per dodici ore perché teme di non essere abbastanza produttivo. La stanchezza fisica può essere identica. La stanchezza interiore è opposta. Il primo è svuotato nel senso pieno del termine — pronto a ricevere. Il secondo è esaurito — pronto a collassare.

È qui che si chiarisce definitivamente cosa intende Han con vita contemplativa. Non è sinonimo di inattività o di rinuncia al lavoro. È il nome che dà a qualsiasi forma di attività svolta con presenza, con cura, con un rapporto autentico con il senso di ciò che si fa — sottratta alla logica del rendimento misurabile. Il giardinaggio, la musica, la lettura lenta, la conversazione che non serve a nessun obiettivo: non sono ozio nel senso deteriore. Sono le pratiche attraverso cui l’io si alleggerisce abbastanza da tornare a guardare il mondo invece di guardare soltanto sé stesso e le proprie performance.

6. La traiettoria: trent’anni di libri e un solo tema

Dopo La società della stanchezza, Han produce un libro ogni uno o due anni — sempre brevi, sempre accessibili, sempre centrati sulla stessa domanda declinata in un contesto diverso. La società della trasparenza (2012) prende di mira un’ossessione contemporanea: la pretesa che tutto debba essere visibile — politici, istituzioni, aziende. Ma Han ribalta l’equazione: più si esige visibilità, meno ci si fida davvero. Nello sciame (2013) descrive la dissoluzione dello spazio pubblico nella comunicazione digitale frammentata. Psicopolitica (2014) mostra come il neoliberismo abbia trovato nei Big Data lo strumento per governare non i corpi ma le anime — non la disciplina esterna, ma la seduzione interna.

I critici accademici gli rimproverano la ripetitività e la mancanza di rigore argomentativo. Non hanno torto: Han è un diagnostico, non un sistematico. I suoi libri funzionano come pamphlet filosofici — scintille che illuminano un fenomeno, non trattati che lo esauriscono. Ma questa stessa caratteristica spiega il suo successo presso un pubblico non accademico: Han scrive per chi ha già la sensazione di cui parla, e cerca solo le parole per nominarla. “Le sue descrizioni dell’esaurimento neoliberale mi hanno colpito con quella rara e inconfondibile lega di gratitudine e risentimento che si prova quando il pensiero di qualcun altro dà espressione precisa alle proprie intuizioni balbettanti,” ha scritto di lui lo scrittore Ben Lerner su Aeon.

Nel 2025, il Premio Principessa delle Asturie per la Comunicazione e le Scienze Umane consacra definitivamente Han fuori dall’accademia, nel pantheon degli intellettuali pubblici del suo tempo. Un metallurgico coreano che quasi si accecò da bambino con un’esplosione chimica è diventato il filosofo che ha dato un nome alla malattia del nostro tempo.

Leggere Han con attenzione richiede di resistere a due fraintendimenti opposti. Il primo è prenderlo alla lettera come un filosofo del “non fare nulla” — un’accusa che gli viene mossa spesso e che è semplicemente falsa. Han non è contro il lavoro. È contro la riduzione di tutta l’esistenza alla logica della prestazione misurabile. La differenza è enorme: si può lavorare intensamente, produrre, creare — e farlo con un rapporto con il senso che non passa attraverso l’autosfruttamento. Il medico che opera con dedizione, il falegname che costruisce con cura, il ricercatore che studia per capire e non per pubblicare: non sono esempi di “non fare.” Sono esempi di fare senza che la prestazione diventi l’unica misura del proprio valore.

Il secondo fraintendimento è aspettarsi da Han una risposta politica ed economica alla domanda “di cosa si vive, allora?” Han non la dà — e lo sa. La sua è una critica culturale e filosofica, non un programma economico. Questo è il suo limite reale, che TIT non intende nascondere: descrive la malattia con straordinaria lucidità, ma la cura che propone — recuperare spazi di vita sottratti alla logica della prestazione — rimane una risposta individuale a un problema che è strutturale. Come si cambia la struttura? Chi paga il tempo della vita contemplativa in un sistema che non lo remunera? Sono domande che Han lascia aperte. Onestamente aperte, ma aperte.

Il suo contributo essenziale, però, precede queste domande. Prima di chiedersi come cambiare la struttura, occorre nominarla. E Han è uno dei pochi che ha trovato le parole giuste per descrivere qualcosa che milioni di persone vivono ogni giorno senza riuscire a nominarla: quella sensazione di non essere mai abbastanza, di dovere sempre di più a sé stessi, di essere contemporaneamente liberi e intrappolati. Dare un nome a una condizione non è tutto — ma è il primo passo. Chi ha letto gli altri autori di questa serie troverà in Han il capitolo che descrive come il potere sia infine riuscito nella sua impresa più ambiziosa: rendersi invisibile — non fuori di noi, ma dentro.

— Osservazione editoriale, The Integrity Times

Le opere principali in italiano

  • 2012 La società della stanchezza (Nottetempo, trad. F. Buongiorno) — Il testo fondamentale: società della prestazione, burnout come malattia sistemica, la stanchezza che divide e quella che riconcilia
  • 2014 La società della trasparenza (Nottetempo) — La trasparenza totale come nuova forma di controllo: visibilità senza riserve come sorveglianza consensuale
  • 2015 Nello sciame. Visioni del digitale (Nottetempo) — La comunicazione digitale e la dissoluzione dello spazio pubblico in frammentazione ego-centrica
  • 2016 Psicopolitica (Nottetempo) — Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere: Big Data come strumento di governo non dei corpi ma delle anime
  • 2021 La società senza dolore (Einaudi) — La rimozione della sofferenza come sintomo culturale: il dolore bandito invece di attraversato
  • 2023 Infocrazia (Einaudi) — Il regime dell’informazione digitale come potere seduttivo: la libertà di comunicare come strumento di controllo e manipolazione
  • 2024 La crisi della narrazione (Einaudi) — Lo storytelling come merce: quando la narrazione diventa pubblicità e l’esperienza cede all’informazione
  • s.d. Vita contemplativa o dell’inazione (Nottetempo) — La difesa filosofica del non fare: l’inazione come possibilità autentica e atto politico contro la logica della prestazione

Fonti e riferimenti

  • Wikipedia EN — Byung-Chul Han — en.wikipedia.org
  • Aeon Essays — “Thought-tinkering: the Korean German philosopher Byung-Chul Han”, gennaio 2026 — aeon.co
  • Los Angeles Review of Books — “Media and Transparency: An Introduction to Byung-Chul Han in English”, 2017 — lareviewofbooks.org
  • Il Post — “Il successo atipico di Byung-Chul Han”, aprile 2024 — ilpost.it
  • The Philosopher 1923 — “Five Ways to Read Byung-Chul Han” — thephilosopher1923.org
  • Einaudi — Profilo autore — einaudi.it
  • Han, Byung-Chul — La società della stanchezza (2010) — trad. it. F. Buongiorno, Nottetempo, Roma 2012
  • Han, Byung-Chul — Psicopolitica (2014) — trad. it. Nottetempo, Roma 2016
  • Han, Byung-Chul — Vita contemplativa o dell’inazione — trad. it. S. Aglan-Buttazzi, Nottetempo
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