Dati alla mano: emigrazione, sanità e infrastrutture raccontano un Sud che si è abituato al minimo — e una classe politica che troppo spesso non produce risultati strutturali e si rafforza dove la rassegnazione diventa norma
Calabria: smettiamola di raccontarcela. Qui non stiamo parlando di “sensazioni”, ma di fatti. E i fatti mostrano come la marginalità non sia più soltanto subita: è diventata abitudine. E l’abitudine, quando dura decenni, è la forma più elegante della resa. I numeri lo certificano senza bisogno di retorica. Secondo i dati ISTAT sulle migrazioni interne 2023–2024, la Calabria continua a perdere residenti verso il resto d’Italia con uno dei tassi medi annui più negativi del Paese, pari a –5,0 per mille, in linea con altre regioni in forte sofferenza come la Basilicata (–5,6 per mille) e con punte provinciali ancora più dure, come Vibo Valentia (–12,7 per mille). A questo si somma il dato demografico strutturale: il Censimento permanente ISTAT indica che al 31 dicembre 2022 la popolazione residente in Calabria era pari a 1.846.610 abitanti; al 31 dicembre 2023 è scesa a 1.838.568, con una perdita netta di 8.042 persone in un solo anno. Le stime anagrafiche più recenti disponibili per l’inizio del 2025 indicano un’ulteriore riduzione fino a circa 1.832.000 residenti. Non si tratta quindi di fluttuazioni temporanee, ma di uno svuotamento progressivo e persistente.
Quando i giovani se ne vanno, non se ne va solo “manodopera”. Se ne vanno competenze, energia civica, capacità di organizzarsi, ambizione collettiva, perfino la voglia di pretendere standard minimi. E quando la pressione sociale evapora, chi governa spesso non è costretto a essere competente: può bastargli restare necessario. È qui che il discorso diventa scomodo, e proprio per questo non va addolcito: una parte della classe politica locale e regionale, troppo spesso, non produce risultati strutturali e finisce per adattarsi perfettamente a un ecosistema che la premia anche quando i problemi restano irrisolti. Un territorio rassegnato è un territorio governabile senza progetto: non chiede tempi certi, non pretende misure, non sanziona l’inconcludenza.
La frattura emerge con chiarezza nella sanità, dove il divario non è un’opinione ma una fattura economica pagata ogni anno. I dati AGENAS sui saldi di mobilità sanitaria 2023 mostrano che la Calabria registra un saldo negativo di –191,8 milioni di euro, mentre regioni come Lombardia (+383,3 milioni) ed Emilia-Romagna (+387,1 milioni) risultano fortemente attrattive. Tradotto: cure e risorse continuano a muoversi verso Nord, mentre al Sud restano attese, sfiducia e la percezione — spesso confermata dalla realtà — che per tutelare la propria salute sia necessario spostarsi. Chi si rifugia nel comodo slogan “è colpa di Roma” ha anche ragione a metà, perché le responsabilità nazionali sono enormi, ma non bastano più come alibi totale quando i grandi progetti arrivano spezzati, rinviati, diluiti nel tempo. Il simbolo più evidente è l’AV/AC Salerno–Reggio Calabria: RFI indica un investimento complessivo di 11,2 miliardi di euro, con un primo lotto PNRR (Battipaglia–Romagnano) previsto in conclusione nel 2026, ma con tratti chiave spostati più avanti, fino al 2030–2032. Nel frattempo, la Calabria resta lontana non in chilometri, ma in opportunità.
E quando manca un futuro strutturale, il consenso tende a spostarsi dai risultati alle relazioni. Non è un’accusa giudiziaria, è una dinamica sociale tipica dei territori fragili: reti personali, intermediazioni, micro-protezioni e dipendenze diventano il modo in cui si mantiene un equilibrio minimo, mentre l’emancipazione del cittadino passa in secondo piano. Qui è necessario essere chiari: una politica che non produce risultati strutturali non ama cittadini autonomi, perché un cittadino libero è esigente, cambia idea, pretende, misura e manda a casa chi non funziona. Un cittadino dipendente, invece, si adatta e ringrazia. È per questo che parlare di “menti chiuse” non è un insulto, ma una diagnosi culturale: non riguarda l’intelligenza individuale, ma la chiusura del sistema alla critica, alla valutazione, alla meritocrazia. Quando questa chiusura diventa normalità, la mediocrità smette di essere un problema e diventa una forma di stabilità. Corrado Alvaro lo aveva scritto con una lucidità che oggi suona come un avvertimento: «La disperazione più grave che possa impadronirsi d’una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile.» Quando quel dubbio attecchisce, le persone smettono di investire nel bene comune e cominciano a investire solo nella propria sopravvivenza.
Ed è proprio qui che entra in gioco il turismo, spesso raccontato come l’ultima ancora di salvezza. La Calabria possiede un patrimonio naturale e culturale straordinario, ma la bellezza non è un piano industriale. Il turismo vive di accessibilità, servizi, standard, sicurezza, continuità e qualità urbana: non vive di slogan. Anche quando i numeri migliorano — come indicato dalla Regione Calabria nel primo quadrimestre 2025, con 464.240 pernottamenti (+10,1%) e oltre 224.000 arrivi (+10,4%) — la crescita quantitativa non equivale automaticamente a qualità sistemica. Senza infrastrutture, senza servizi basilari diffusi, senza organizzazione e professionalità, il rischio è un turismo fragile, concentrato e intermittente. In una parola: sopravvivenza stagionale. Pochi mesi di respiro, seguiti da lunghi periodi di stasi. Nessuna trasformazione reale del territorio.
Vale la pena dirlo senza ipocrisie: una cittadina sul mare non è automaticamente una località turistica.
Prendiamo un esempio fra tanti quale il Comune di Cariati (CS), una classica cittadina costiera che nel 2025 risulta aver ottenuto la Bandiera Blu per una specifica spiaggia indicata negli elenchi ufficiali come “Vascellero” e, in altri riepiloghi, come area Santa Maria–Vascellero.
Il punto non è negare valore al riconoscimento, che comunque è stato frutto di un’analisi specifica, ma è necessario ricordare che un riconoscimento assegnato a un tratto circoscritto non equivale automaticamente a certificare l’intera cittadina come destinazione turistica. Se poi aggiungiamo che la comunicazione pubblica locale parla di “Cariati Bandiera Blu” in senso generale, senza che il perimetro emerga con la stessa evidenza, il messaggio rischia di essere percepito come totale, mentre riguarda un ambito specifico. È una semplificazione comunicativa legittima, ma potenzialmente fuorviante.
La distanza tra “città di mare” e “località turistica” non è teorica: si misura nella mobilità quotidiana, nella sicurezza pedonale, nella qualità dello spazio pubblico lungo le direttrici realmente vissute. E, nelle aree residenziali del Comune di Cariati — come quelle che ruotano attorno a vie densamente abitate da seconde case e alloggi stagionali, spesso più frequentate dai villeggianti rispetto al tratto premiato — la qualità urbana diventa il vero banco di prova. E se in queste zone frequentate realmente, i marciapiedi sono discontinui o inadatti, se mancano attraversamenti protetti, se l’illuminazione è insufficiente, se la moderazione della velocità è assente, se il verde pubblico è marginale e le aree per famiglie e bambini sono poche o trascurate, se non ci sono servizi legati alle barriere architettoniche, percorsi ciclopedonali ecc.. allora non si sta offrendo un’esperienza turistica: si sta chiedendo ai visitatori di adattarsi. E quando il turismo è costretto ad adattarsi, smette di essere sviluppo e diventa sopravvivenza stagionale.
Basta un esempio concreto, senza drammatizzazioni: chi spinge un passeggino e prova a muoversi dalle zone residenziali verso il lungomare o le aree di maggiore aggregazione, in presenza di tratti privi di percorsi protetti o con scarsa illuminazione, può trovarsi costretto a camminare a ridosso della carreggiata, affidando la propria sicurezza più alla prudenza ed al buonsenso altrui che a una progettazione urbana adeguata. Questo non è turismo: è precarietà.
Ecco allora la domanda inevitabile: se i flussi reali di persone, famiglie e villeggianti si muovono lungo certe direttrici urbane, mentre il fregio della Bandiera Blu in questione valorizza un tratto diverso, circoscritto e distante, a chi serve davvero quella narrazione?
Di certo quel fregio e quella narrazione non serve ai turisti, se non incide sugli standard dove vivono davvero. Non ai residenti, se non migliora la vivibilità quotidiana. Serve, piuttosto, a una politica che preferisce il simbolo al progetto. Il rischio è che la narrazione sostituisca la strategia: se non segue un piano misurabile, quel simbolo resta comunicazione, non sviluppo. E se un’amministrazione tiene al futuro della località, lo dimostra non con slogan, ma con standard urbani verificabili.
Perché una cosa è essere una cittadina di mare; un’altra, molto più impegnativa, è diventare una località turistica. La differenza non la fa una bandiera: la fanno scelte strutturali, continue e misurabili.
Questo era solo un esempio fra tantissimi altri in Calabria e non vuole essere un’accusa ma più una provocazione con lo scopo di svegliare le menti buttando giù le maschere: la Calabria non è solo una regione che subisce, è anche una regione che troppo spesso accetta. Accetta che il minimo sia lo standard. Accetta che la qualità urbana sia un dettaglio. Accetta che l’assenza di risultati non produca conseguenze politiche. Accetta che la sopravvivenza stagionale venga scambiata per sviluppo. E un territorio che accetta diventa, inevitabilmente, il miglior alleato di una classe dirigente che non produce risultati strutturali. Ciò che è comodo non cambia da solo: cambia solo quando diventa scomodo. Scomodo per chi governa male, scomodo per chi vive di intermediazione, scomodo persino per chi si lamenta ma non si organizza mai.
La Calabria non ha bisogno di essere compatita: ha bisogno di cittadini difficili. Difficili da prendere in giro, difficili da accontentare con annunci, difficili da dividere, difficili da comprare. Perché senza una pretesa collettiva alta e costante, continueremo a chiamare “paradiso” un luogo che, dati alla mano, continua a perdere persone, risorse e opportunità, mentre la rassegnazione smette di fare rumore e diventa regola.
Nota editoriale
Le valutazioni qui espresse rientrano nel diritto di critica e si fondano su dati pubblici e su osservazioni riferite a standard di vivibilità urbana; non intendono attribuire condotte illecite a soggetti specifici. Eventuali contestazioni relative a dati, perimetri o interpretazioni saranno valutate e, se fondate, rettificate con evidenza.
Nota della redazione – Diritto di replica
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