Povertà in crescita, posti vacanti e un welfare che rischia di premiare chi resta fermo
In Italia i poveri sono aumentati, le imprese faticano a trovare personale e, allo stesso tempo, si moltiplicano i bonus legati all’ISEE.
Non è solo un paradosso da talk show.
È il segnale di un sistema che sta andando fuori asse.
Secondo l’ultimo rapporto Istat, nel 2024 più di 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, l’8,4% del totale, pari a oltre 5,7 milioni di persone.
Se allarghiamo lo sguardo, la fotografia diventa ancora più pesante: tra il 2005 e il 2015 la quota di individui in povertà assoluta è passata dal 3,3% al 7,6%, con un incremento del 142%.
Nello stesso Paese, però, le imprese dichiarano difficoltà crescenti a trovare lavoratori: nel 2024 quasi una assunzione su due programmata dalle aziende è classificata come “difficile da coprire”, contro il 21,7% del 2017.
Più poveri, più posti vacanti.
Sembra un rebus, ma il punto è chiaro: non è la mancanza di “voglia di lavorare” il cuore del problema. È il modo in cui abbiamo costruito il rapporto tra lavoro, welfare e tasse.
Dal lavoro come ascensore sociale al lavoro povero
Per decenni abbiamo ripetuto la stessa frase: “Basta trovare un lavoro e ti sistemi”.
Oggi non è più vero.
I dati Eurostat mostrano che oltre un lavoratore su dieci in Italia è a rischio povertà, una quota superiore alla media europea e in aumento rispetto all’anno precedente.
Significa che puoi avere un contratto, pagare tasse e contributi, e allo stesso tempo non riuscire a coprire le spese essenziali.
Il lavoro, per una fetta crescente di popolazione, non è più un ascensore sociale: è un piano intermedio bloccato tra il bisogno di reddito e l’impossibilità di progettare un futuro.
Qui entra in gioco il nodo centrale: se lavorare non basta a uscire dalla povertà, e in alcuni casi rischia perfino di farti perdere benefici, il sistema sta inviando un messaggio devastante.
La “trappola” delle soglie: quando un euro in più ti costa troppo
Negli ultimi anni il welfare italiano si è sempre più appoggiato sull’ISEE, l’indicatore che misura la situazione economica delle famiglie per dare accesso a bonus, sconti, agevolazioni.
È uno strumento nato con una logica giusta – concentrare le risorse su chi ha davvero bisogno – ma che, stratificandosi, ha creato una giungla di soglie: superi di poco un certo valore e perdi il diritto a un aiuto, a una riduzione di bollette, a un posto in nido con tariffa agevolata.
Diversi analisti parlano esplicitamente di “trappola del welfare”: più cresce il numero di benefici legati all’ISEE, più aumenta il rischio che diventi conveniente restare sotto una soglia, anziché provare ad alzare il proprio reddito.
In pratica, molte famiglie si trovano davanti a questo calcolo:
- se accetto un lavoro o lavoro qualche ora in più, il netto che porto a casa non aumenta davvero, perché una parte se ne va in tasse e un’altra in perdita di agevolazioni;
- se resto a reddito molto basso, mantengo i bonus, i sussidi, le riduzioni.
Non parliamo di “furbetti”, ma di persone che fanno un ragionamento razionale all’interno di regole che abbiamo scritto noi. Quando un sistema premia più la stasi che il movimento, la responsabilità è del sistema, non di chi cerca di sopravviverci.
Le imprese che non trovano personale: sintomi, non colpe
Dall’altra parte, le imprese denunciano da anni difficoltà crescenti nel reperire lavoratori. Nel 2024, secondo il sistema Excelsior di Unioncamere, la quota di assunzioni “di difficile reperimento” sfiora il 50% del totale, con picchi in edilizia, meccanica, tessile e nei territori del Nord.
Le spiegazioni più gettonate sono tre:
- i giovani “non vogliono più faticare”;
- la scuola non forma le competenze giuste;
- il reddito di cittadinanza (oggi sostituito da altri strumenti) avrebbe disincentivato il lavoro.
Ma i numeri raccontano altro:
- in molti settori i salari proposti sono molto bassi rispetto al costo della vita e spesso accompagnati da orari lunghi, scarsa sicurezza, poche tutele;
- l’Italia ha un cuneo fiscale tra i più alti d’Europa: il costo totale di un lavoratore per l’azienda è molto più alto del netto in busta;
- il fenomeno dei working poor dimostra che avere un lavoro non significa automaticamente uscire dalla povertà.
In questo contesto, la frase “mancano lavoratori” andrebbe tradotta così:
“mancano persone disposte ad accettare certe condizioni economiche sapendo che il guadagno aggiuntivo rischia di essere annullato da tasse e perdita di bonus”.
Il cortocircuito: bonus a pioggia, riforme a goccia
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere:
- carte, assegni, crediti d’imposta, contributi per bollette, trasporti, affitto;
- misure legate all’ISEE che intervengono su singole voci di spesa.
Si tratta spesso di aiuti importanti, che hanno evitato il tracollo di migliaia di famiglie. Ma messi tutti insieme, senza una visione d’insieme, hanno prodotto tre effetti collaterali:
- Sistema incomprensibile
– per capire se ti conviene lavorare, cambiare contratto o accettare straordinari, dovresti fare un calcolo da commercialista. E molti, di fronte alla complessità, restano dove sono. - Sfrangiamento del patto sociale
– chi paga le tasse e non rientra nelle soglie percepisce il sistema come ingiusto; chi riceve aiuti teme che un miglioramento provvisorio lo faccia “uscire” dai benefici e quindi esita a rischiare. - Welfare che tampona, non trasforma
– la spesa sociale cresce, ma la povertà non cala in modo significativo; in alcuni segmenti (come giovani e famiglie numerose) è addirittura esplosa rispetto a vent’anni fa.
È come se stessimo usando cerotti sempre più sofisticati su una ferita che richiederebbe un intervento chirurgico.
Che cosa cambiare, concretamente
Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è se “abolire i bonus” o “tagliare i sussidi”.
La domanda è: come si costruisce un sistema in cui lavorare conviene sempre, e conviene soprattutto a chi parte svantaggiato?
Tre direzioni, molto concrete:
1. Ridurre il salto tra “sotto soglia” e “sopra soglia”
I benefici legati all’ISEE andrebbero ripensati in modo graduale, non a scatti: se aumenti il reddito, perdi una parte di agevolazioni, non tutto in una volta.
È il modo più semplice per evitare che un aumento in busta paga si trasformi in una perdita netta.
2. Spostare risorse dal bonus al lavoro di qualità
Meno misure spot, più investimenti in:
- salari minimi o contrattuali dignitosi;
- formazione retribuita e realistica per disoccupati e giovani;
- incentivi stabili per chi trasforma contratti precari in rapporti a tempo indeterminato.
Un euro speso per rendere il lavoro migliore vale più di un euro speso per compensare le conseguenze di un lavoro povero.
3. Trasparenza sulle “tasse effettive” del lavoro in più
Ogni lavoratore dovrebbe poter vedere con chiarezza:
- quanto perde in agevolazioni se aumenta il proprio reddito;
- quanta parte dell’aumento viene mangiata dal fisco;
- quale sarà il netto reale in tasca.
Se per una certa fascia di reddito il guadagno aggiuntivo è quasi zero, quel tratto va riformato, non difeso.
Il lavoro non può essere un lusso
Un Paese in cui lavorare di più può significare stare peggio è un Paese che ha smarrito il senso del proprio patto sociale.
Non stiamo parlando di “premiare i furbi” o di demonizzare il welfare.
Stiamo parlando di restituire al lavoro la sua funzione originaria: essere uno strumento di libertà, non solo un obbligo fiscale.
Finché:
- la povertà resterà su livelli doppi rispetto a inizio anni Duemila;
- oltre un lavoratore su dieci sarà comunque a rischio povertà;
- e quasi metà delle assunzioni programmate sarà “di difficile reperimento”;
allora non basterà accusare la “mancanza di voglia di lavorare”.
Bisognerà avere il coraggio di guardare in faccia il vero problema: una legge del lavoro e del welfare che, pezzo dopo pezzo, ha reso conveniente restare fermi e rischioso provare a salire di un gradino.
Se non rimettiamo mano a questa architettura, continueremo a riempire i titoli dei giornali di “posti vacanti” e “nuovi poveri”.
E a chiamare “paradosso” quello che, in realtà, è semplicemente il risultato logico delle regole che abbiamo scritto.
Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times“
