Cosa ci raccontano i sistemi di sostegno a chi decide di avere figli
In quasi tutti i paesi europei, il discorso pubblico suona uguale:
“Le famiglie sono il futuro, i bambini sono una priorità.”
Ma basta spostare lo sguardo da un paese all’altro per scoprire che, dietro le parole, ci sono modelli di welfare familiare molto diversi.
In alcuni Stati avere un figlio significa poter contare su congedi lunghi, asili nido accessibili, sostegni stabili; in altri vuol dire fare i conti con bonus a tempo, liste d’attesa e costi che mangiano metà stipendio.
In Europa, nel 2022 sono stati spesi 368 miliardi di euro in prestazioni per famiglie e bambini, pari al 2,3% del PIL dell’UE.
Nell’area OCSE, la media di spesa pubblica specifica per le famiglie è intorno al 2,35% del PIL, con differenze enormi tra paesi che superano il 3,5% e altri che restano sotto l’1%.
Non è solo una questione tecnica. È una cartina di tornasole delle priorità reali dei governi.
Tre domande semplici (che cambiano tutto)
Se guardiamo i sistemi di welfare famigliare con gli occhi di una coppia che sta pensando di avere un figlio, le domande chiave sono sorprendentemente concrete:
- Quanto tempo reale possiamo passare con nostro figlio nei primi anni, senza finire sul lastrico?
(Congedi, retribuzioni, diritto alla flessibilità) - Quanto ci costa affidarlo a un servizio di qualità quando torniamo al lavoro?
(Asili nido, scuole dell’infanzia, servizi 0–6) - Possiamo contare su un sostegno stabile e prevedibile nel tempo?
(Assegni, detrazioni, politiche abitative, servizi)
La risposta cambia moltissimo tra Svezia, Francia, Germania e Italia.
Il modello nordico: più servizi, meno retorica
La Svezia è diventata quasi un luogo comune quando si parla di conciliazione vita–lavoro, ma i numeri spiegano perché.
- Oggi i genitori svedesi hanno diritto a 480 giorni di congedo parentale retribuito per ogni figlio, pari a circa 16 mesi. Ogni genitore ha diritto a 240 giorni, e 90 giorni per ciascuno sono non trasferibili, pensati per spingere davvero i padri a restare a casa.
- Una parte rilevante della spesa per le famiglie non è in “bonus”, ma in servizi: asili nido diffusi, scuole dell’infanzia pubbliche, orari compatibili con chi lavora. I dati OCSE mostrano che in paesi come Svezia, Norvegia o Danimarca più della metà della spesa per le famiglie va in servizi, non in trasferimenti monetari.
Tradotto nella vita reale:
i genitori non devono scegliere tra avere tempo e avere uno stipendio. Il sistema è pensato per rendere normale il fatto che un padre si prenda mesi di congedo, che una madre non debba “ringraziare” l’azienda se non viene penalizzata.
Non è un paradiso, ma c’è una coerenza di fondo:
la scelta di mettere al mondo un figlio viene socializzata. Non è solo un “fatto privato”.
Francia e Germania: il welfare come infrastruttura, non come bonus
Anche Francia e Germania, pur con modelli diversi, hanno costruito negli anni un welfare familiare percepibile nella vita quotidiana.
In Francia:
- Esiste un sistema articolato di allocations familiales (assegni familiari) per chi ha figli, gestito dalla CAF. In origine universali dal secondo figlio, oggi in parte sottoposti a soglia di reddito ma ancora centrali nel sostegno alle famiglie.
- L’investimento sui servizi è strutturale: crèches (asili nido), assistenti materne, scuola materna pubblica dai 3 anni, spesso gratuita o a costi contenuti.
In Germania:
- Il sistema ruota intorno a strumenti come Elterngeld (indennità parentale) e Kindergeld (assegno per figli), che garantiscono un sostegno al reddito nei primi anni di vita del bambino, con una parte proporzionale al reddito e una parte più uniforme.
- Il dibattito politico recente verte sulla Kindergrundsicherung, una riforma che mira a semplificare e potenziare il sostegno ai minori, segno che il tema non è considerato “chiuso”.
In entrambi i casi, il welfare famigliare non è solo un tema da campagna elettorale: è un pezzo dell’identità del sistema sociale, come la sanità o le pensioni.
L’Italia: molta spesa sociale, poco orientamento alle famiglie
Se guardiamo solo il totale della spesa sociale, Italia potrebbe sembrare un paese generoso: insieme alla Francia è in cima alla classifica OCSE, con oltre il 30% del PIL destinato complessivamente al welfare.
Ma se zoomiamo sulle famiglie con figli, l’immagine cambia.
- A livello europeo, la spesa per famiglie e bambini è in media il 2,3% del PIL. L’Italia non è in fondo alla classifica, ma destina una quota molto più alta di risorse ad anziani e pensioni che a politiche per l’infanzia.
- Negli ultimi anni sono stati introdotti strumenti importanti, come l’Assegno Unico Universale, che ha razionalizzato un sistema di bonus frammentato. Ma su altri fronti – asili nido, costi dei servizi, conciliazione dei tempi – il gap con i paesi più avanzati resta evidente.
Sul fronte congedi:
- La maternità resta relativamente tutelata (5 mesi con retribuzione elevata), ma il congedo parentale successivo è spesso poco utilizzato, soprattutto dai padri.
- Studi recenti sottolineano che in Italia i congedi di paternità e parentali sono sotto-utilizzati dagli uomini, frenati sia da retribuzioni insufficienti che da una cultura aziendale ancora restia a considerare i padri come caregiver alla pari.
Risultato:
il peso reale della cura viene ancora scaricato in gran parte sulle madri, o sui nonni, o sul portafoglio.
Tre modelli, tre messaggi diversi alle famiglie
Se mettiamo in fila Svezia, Francia/Germania e Italia, emerge qualcosa che va oltre le tabelle.
- In un sistema centrato sui servizi e sui congedi lunghi (come quello nordico), il messaggio implicito è: “Se hai un figlio, non lo fai da solo. Lo facciamo come società.”
- In un sistema misto tra assegni, servizi e tutele del lavoro (Francia, Germania), il messaggio è: “Ti aiutiamo a sostenere il costo dei figli e a restare nel mercato del lavoro.”
- In un sistema sbilanciato su pensioni e bonus intermittenti, con servizi diseguali sul territorio (come spesso accade in Italia), il messaggio rischia di diventare: “I figli sono importanti… ma arrangiati con i tuoi orari, i tuoi soldi e la tua rete familiare.”
Nessun governo lo dirà mai così apertamente, ma il bilancio pubblico parla più delle conferenze stampa.
Cosa proporrebbe un paese che prende sul serio le famiglie
Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è “chi fa meglio la classifica”, ma:
Che cosa dovrebbe fare un paese che decide davvero di mettere le famiglie al centro?
Almeno quattro scelte concrete:
1. Spostare l’attenzione dall’emergenza all’infrastruttura
Meno logica da “bonus” una tantum, più investimenti stabili in:
- asili nido diffusi, di qualità e accessibili;
- scuole dell’infanzia pubbliche in tutti i territori;
- servizi di sostegno alla genitorialità, non solo contributi economici.
I paesi che spendono di più in servizi (Nord Europa) non sono necessariamente quelli più ricchi: sono quelli che hanno scelto di far passare il sostegno ai figli da una logica assistenziale a una logica di cittadinanza.
2. Congedi davvero condivisi
Non basta avere “qualche giorno per i padri”. Serve:
- congedo parentale ben retribuito,
- una quota non trasferibile per ciascun genitore,
- norme e incentivi che rendano normale, non eroico, un padre che resta a casa mesi.
Non è solo una questione di equità: dove i padri partecipano di più alla cura, cresce la partecipazione femminile al lavoro e migliora la tenuta complessiva delle famiglie.
3. Semplificare e rendere trasparente il sistema di sostegni
Un welfare efficace deve essere:
- semplice da capire (pochi strumenti, chiari),
- prevedibile (non legato a continue modifiche annuali),
- accessibile anche a chi ha meno capitale culturale e digitale.
Se una famiglia deve passare ore a interpretare requisiti, portali e scadenze, il messaggio implicito è: “l’aiuto c’è, ma solo se sei abbastanza attrezzato per trovarlo”.
4. Guardare al bilancio con gli occhi dei bambini
Oggi gran parte della spesa sociale europea – e italiana in particolare – è assorbita da pensioni e sanità. È comprensibile, in società che invecchiano, ma rischia di lasciare i bambini come ultima voce del menù, non come investimento strategico.
Un paese che prende sul serio il proprio futuro metterebbe sul tavolo una domanda scomoda:
quanto siamo davvero disposti a spostare risorse dai “noi di oggi” ai “loro di domani”?
La domanda che resta
Quando parliamo di welfare per le famiglie, non stiamo discutendo solo di detrazioni fiscali, nidi o congedi. Stiamo decidendo, in silenzio, che cosa vale davvero la nascita di un bambino per una comunità.
Un figlio in Svezia, in Francia, in Germania o in Italia nasce nello stesso mondo biologico, ma dentro ecosistemi sociali completamente diversi.
Alla fine la domanda, per noi, è questa:
Se il bilancio pubblico è una fotografia dei nostri valori,
quanto vale davvero, oggi, un bambino nel paese in cui viviamo?
Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times“
