Ogni giorno in Italia milioni di persone fanno lo stesso esercizio impossibile:
incastrare otto-dieci ore di lavoro, bambini piccoli, spostamenti, nonni quando ci sono e quando stanno bene, bollette che aumentano e un futuro che assomiglia sempre più a un rebus.
Intanto, dalla politica arriva un messaggio martellante:
“Siamo un Paese di vecchi, servono più figli, altrimenti salta il sistema delle pensioni.”
È tutto vero: l’Italia invecchia, le nascite crollano, il conto lo pagheremo tutti.
Ma c’è un punto che nel discorso pubblico viene sistematicamente saltato: come vivono oggi le famiglie che un figlio lo hanno o vorrebbero averlo.
Perché a guardare i numeri – e la vita reale – il messaggio che si percepisce è un altro:
“Abbiate più figli… ma arrangiatevi da soli.”
Un Paese che invecchia davvero
Partiamo dai dati, perché qui non si tratta di impressioni.
Nel 2024 in Italia sono nati circa 370.000 bambini, il numero più basso dall’Unità d’Italia. È il sedicesimo anno consecutivo di calo delle nascite.
La fecondità totale è scesa a 1,18 figli per donna, ben lontano dai 2,1 necessari per mantenere stabile la popolazione.
In parallelo, la popolazione invecchia: quasi una persona su quattro ha più di 65 anni, la speranza di vita è salita a oltre 83 anni, e l’Italia perde abitanti ogni anno dal 2014.
Dunque sì, la diagnosi è corretta: inverno demografico.
Ma una diagnosi, da sola, non cura nessuno.
Il paradosso italiano: un welfare sbilanciato sui nonni
L’Italia è spesso descritta come un “grande Stato sociale”.
È vero a metà.
Secondo l’OCSE, Italia e Francia sono ai vertici per spesa sociale totale (oltre il 30% del PIL).
Ma se si guarda dentro quella cifra, si scopre che il nostro welfare è sbilanciato sulle pensioni, mentre la quota destinata in modo diretto a famiglie e bambini è più bassa della media dei paesi avanzati e inferiore a quella di paesi come Francia o i nordici.
Tradotto:
spendiamo moltissimo per proteggere chi è già anziano, molto meno per mettere le famiglie in condizione di fare figli e crescerli senza sfinirsi.
Non è un caso se da anni gli economisti ripetono la stessa cosa: un welfare costruito così magari tiene in piedi il presente, ma si mangia il futuro.
Lavoro e infanzia: la matematica che non torna
Proviamo a fare un conto molto semplice.
Due genitori a tempo pieno lavorano in media tra le 8 e le 10 ore al giorno sommando orario, straordinari non dichiarati, trasferimenti casa-lavoro. L’uscita da scuola dei bambini è spesso intorno alle 16, i nidi pubblici arrivano al massimo alle 17, quando si trova posto.
Chi copre il resto del tempo?
In teoria dovrebbero farlo i servizi per l’infanzia.
In pratica:
- i posti nei nidi comunali sono limitati, con forti differenze tra Nord e Sud;
- quando non si trova posto, resta il privato – con rette che, in alcune città, possono arrivare a mangiarsi buona parte di uno stipendio medio;
- dove i nonni non ci sono (o non stanno bene), “tappare i buchi” diventa un puzzle quotidiano.
I dati internazionali aggiungono un altro tassello.
Secondo la Banca d’Italia e studi sull’offerta di servizi 0–3, molte famiglie italiane sarebbero disposte a usare di più i nidi se fossero più diffusi e accessibili, e l’OCSE mostra che proprio l’aumento della copertura dei servizi per l’infanzia è ciò che più favorisce l’occupazione femminile.
Non sorprende allora che in Italia, quando arriva un figlio:
- sono quasi sempre le madri a ridurre l’orario o lasciare il lavoro;
- il part-time “involontario” e le carriere spezzate sono molto più diffuse tra le donne che tra gli uomini;
- la maternità viene percepita come rischio professionale, non come fase naturale della vita.
Se lo Stato lancia campagne sulla natalità, ma poi lascia le famiglie in questa strettoia, non sta incoraggiando nessuno: “sta solo dicendo alle coppie giovani che il costo di un figlio – tempo, soldi, cura – è affar loro e dei nonni, non della comunità.”
Cosa fanno i paesi un po’ più virtuosi
Nessun paese ha trovato la formula magica.
Ma alcuni, pur con problemi simili ai nostri, hanno messo in campo politiche più coerenti.
Un rapporto UNICEF del 2021 sulle politiche per infanzia e genitori colloca Svezia, Islanda, Lussemburgo ai vertici per qualità combinata di congedi e servizi per l’infanzia.
Il loro “segreto” non è solo dare soldi alle famiglie, ma:
- congedi parentali lunghi e ben pagati, con quote riservate ai padri (se lui non li usa, si perdono);
- nidi quasi universali, con rette proporzionate al reddito e orari compatibili con il lavoro;
- una cultura del lavoro meno basata sulla presenza fisica infinita e più su flessibilità e risultati.
Anche la Francia, pur in calo di natalità, resta stabilmente sopra 1,6 figli per donna – molto più dell’Italia – grazie a un mix di assegni familiari, scuole dell’infanzia anticipate, servizi per l’infanzia diffusi e un’alta occupazione femminile.
Nessuno di questi paesi è un paradiso.
Ma c’è un elemento comune: non scaricano solo sulle famiglie il costo di avere figli.
Slogan contro politiche
Negli ultimi anni anche in Italia qualcosa si è mosso:
- è stato introdotto l’assegno unico universale per i figli;
- sono stati modificati i congedi parentali, con un mese retribuito fino all’80% dello stipendio, uno strumento che il governo rivendica come parte di un pacchetto da oltre 16 miliardi di euro per le famiglie nel 2024;
eppure, nello stesso periodo:
- le nascite hanno toccato un nuovo minimo storico;
- la fecondità è scesa ancora;
- l’emigrazione di giovani italiani ha registrato un boom (+36,5% di italiani espatriati in un anno).
È la prova che qualche bonus e qualche mese di congedo non bastano, se tutto il resto del sistema continua a remare contro:
- orari di lavoro lunghi e poco flessibili,
- affitti e mutui insostenibili nelle grandi città,
- incertezza lavorativa cronica,
- servizi per l’infanzia a macchia di leopardo.
In questo contesto, dire alle famiglie “fate più figli per salvare le pensioni” suona quasi come un ricatto morale.
Cosa proporrebbe un Paese che fa sul serio
Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è “come convincere le coppie ad avere più figli”, ma:
“Che cosa dovrebbe cambiare, concretamente, perché avere (o non avere) figli torni a essere una scelta libera, non un atto eroico?”
Le risposte non sono semplici, ma il punto di partenza può essere chiaro.
Ne segnaliamo quattro, volutamente concrete.
1. Tempo: ridurre l’orario standard, non solo fare smart working emergenziale
Un Paese che fa sul serio discuterebbe apertamente di:
- orario di lavoro ridotto (per esempio 35 ore) a parità di salario, a partire dai settori più stabili;
- diritto effettivo a forme di lavoro flessibile per genitori con figli piccoli (turni, telelavoro, settimane compresse), senza stigma di carriera.
Non è fantascienza: in molti paesi del Nord Europa sperimentazioni di questo tipo esistono da anni.
2. Servizi: nidi come infrastruttura essenziale, non come lusso
Serve un piano nazionale per la copertura dei servizi 0–3 anni, con obiettivi chiari:
- posti nei nidi pubblici o convenzionati per almeno il 50–60% dei bambini, con particolare attenzione a Sud e periferie;
- rette proporzionate al reddito e trasparenti;
- orari compatibili con la realtà lavorativa, non con un modello ideale che non esiste più.
L’obiettivo non è solo “tenere i bambini da qualche parte”, ma offrire loro contesti educativi di qualità e togliere alle famiglie la sensazione di vivere costantemente “in debito” con qualcuno (nonni, baby-sitter, datori di lavoro).
3. Soldi: spostare risorse verso chi cresce figli oggi
Non si tratta di “tagliare le pensioni” ai nonni, ma di riconoscere che un welfare tutto sbilanciato sul passato non può reggere.
Una quota maggiore della spesa sociale dovrebbe andare a:
- assegni stabili e non legati solo al numero di figli, ma anche alla qualità dei servizi che li accompagnano;
- incentivi fiscali per il secondo reddito in famiglia (di solito quello della madre), così da rendere conveniente restare al lavoro;
- sostegni mirati alle famiglie monoparentali, spesso le più esposte alla scelta impossibile tra cura e reddito.
4. Fiducia: smettere di colpevolizzare le scelte individuali
Infine, c’è una dimensione culturale.
Quando un Paese dice ai giovani “non fate figli perché siete egoisti”, ma non offre loro case accessibili, contratti dignitosi, servizi di supporto, sta scaricando il fallimento collettivo sulle biografie individuali.
Un’Italia che prende sul serio la propria crisi demografica farebbe l’opposto:
- ascolterebbe davvero chi ha figli e chi ha scelto di non averne;
- riconoscerebbe pubblicamente che oggi fare un figlio, in molte condizioni, significa assumersi carichi che nessuno aiuta a reggere;
- tratterebbe la natalità non come un dovere morale, ma come il risultato di una rete sociale che funziona.
La scelta che abbiamo davanti
Le famiglie italiane, in realtà, hanno già risposto da tempo.
Lo fanno con i numeri: meno figli, più emigrazione, più rinvii.
Non è mancanza d’amore, di generosità, di desiderio di famiglia.
È un messaggio chiarissimo: con queste condizioni, la matematica non torna.
Sta allo Stato decidere se continuare a usare la crisi demografica come slogan da conferenza stampa
— o se trasformarla finalmente in un cambio strutturale:
meno retorica, più tempo, più servizi, più equilibrio tra generazioni.
Solo allora avere un figlio tornerà a essere quello che dovrebbe sempre essere:
non un sacrificio solitario, ma una scelta possibile dentro una comunità che se ne assume il peso insieme a te.
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