Settimana corta, salario minimo, congedi paritari: le riforme che migliorerebbero la vita di milioni di italiani vengono sistematicamente affossate con il pretesto delle “coperture”. Ma i miliardi per le armi si trovano sempre.
Il 3 marzo 2026, l’aula della Camera dei Deputati ha scritto un’altra pagina della cronaca parlamentare italiana, quella fatta di opportunità mancate. Con 132 voti favorevoli, 90 contrari e 9 astenuti, la maggioranza di centrodestra ha approvato un emendamento soppressivo della proposta di legge A.C. 2067, presentata dalle opposizioni riunite di Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Prima firmataria Nicola Fratoianni, insieme ai leader Giuseppe Conte, Angelo Bonelli ed Elly Schlein.
La proposta chiedeva qualcosa di radicale? No. Chiedeva di avviare una sperimentazione triennale — affidata alla contrattazione collettiva — per ridurre progressivamente l’orario di lavoro da 40 a 32 ore settimanali, a parità di salario. Incentivi contributivi dal 30% al 60% per le aziende che avessero aderito volontariamente. Una proposta graduale, basata sul dialogo tra le parti sociali. Un esperimento, non una rivoluzione.
Un percorso tortuoso, non una sconfitta improvvisa
La vicenda di questa proposta è emblematica del trattamento riservato alle iniziative dell’opposizione in questa legislatura. Il testo, depositato a Montecitorio il 1° ottobre 2024, avrebbe dovuto essere discusso in aula già a fine ottobre 2024. Invece, venne rinviato in Commissione Lavoro. A febbraio 2025, la Ragioneria Generale dello Stato — l’organo tecnico governativo — espresse parere negativo, stimando un costo tra 8,2 e 11 miliardi di euro l’anno (con particolare riferimento all’impatto potenziale sulla Pubblica Amministrazione). Successivamente anche la Commissione Bilancio espresse parere contrario.
Il relatore di maggioranza Walter Rizzetto (FdI) ha sostenuto che la proposta non escludeva espressamente la PA, generando quindi un “fabbisogno aggiuntivo di personale” insostenibile. L’opposizione ha replicato che si trattava di un cavillo tecnico facilmente risolvibile, e che il governo non ha mai aperto un tavolo di confronto per migliorare il testo.
UN COPIONE GIÀ VISTO: IL PATTERN DELLE BOCCIATURE
La settimana corta non è un caso isolato. È il terzo atto di una serie che si ripete con inquietante regolarità. Il copione è sempre lo stesso: l’opposizione presenta una proposta a favore dei lavoratori e dei cittadini, la Ragioneria Generale dello Stato certifica costi elevati, la Commissione Bilancio si adegua, e la maggioranza vota il soppressivo. Fine.
| PROPOSTA | ANNO | MOTIVAZIONE BOCCIATURA |
| Salario minimo (9 €/ora) | 2023 | Coperture insufficienti |
| Congedo parentale paritario | 2024-25 | Coperture insufficienti |
| Settimana corta (32 ore) | 2026 | Coperture insufficienti |
IL MONDO CHE AVANZA: DOVE LA SETTIMANA CORTA FUNZIONA
Per capire quanto sia miope la posizione italiana, basta guardare a quello che sta accadendo nel resto del mondo. La settimana corta non è una fantasia progressista: è una realtà già sperimentata, con dati alla mano, in decine di Paesi. E i risultati sono, quasi ovunque, positivi.
Islanda: il più grande esperimento del mondo
Tra il 2015 e il 2019, il governo islandese ha condotto il più grande progetto pilota al mondo sulla riduzione dell’orario lavorativo, coinvolgendo circa 2.500 dipendenti pubblici — quasi l’1,3% dell’intera forza lavoro del Paese — nei settori più diversi: scuole, ospedali, uffici pubblici, servizi sociali. La settimana lavorativa è scesa da 40 a 35-36 ore, a stipendio invariato. I risultati, pubblicati dai ricercatori dell’organizzazione ALDA e dall’Autonomy Institute, sono stati inequivocabili: produttività invariata o in aumento, benessere dei lavoratori migliorato in modo significativo, calo delle assenze per malattia. L’86% dei lavoratori islandesi può oggi lavorare con orario ridotto grazie ai nuovi contratti rinegoziati dai sindacati sull’onda di quell’esperimento.
Regno Unito: 61 aziende, e quasi tutte continuano
Nel 2022, 61 aziende britanniche di settori diversissimi — software, ristorazione, no profit, industria — hanno avviato un progetto pilota di sei mesi, coinvolgendo circa 3.000 dipendenti. Il modello adottato era il 100:80:100: il 100% dello stipendio per l’80% del tempo, con il 100% della produttività. Risultato: i giorni di malattia sono crollati di due terzi, le dimissioni sono diminuite del 57%, i ricavi sono rimasti stabili con un aumento dell’1,4%. Delle 61 aziende, 38 hanno esteso la sperimentazione e 18 l’hanno adottata in modo permanente. Solo 3 sono tornate alla settimana di cinque giorni.
Francia, Germania, Danimarca: meno ore, più produttività
Uno studio dell’OCSE lo conferma con i dati: i Paesi che lavorano meno ore l’anno — Germania, Danimarca, Austria, Svizzera — hanno tassi di produttività per ora lavorata significativamente più alti di quelli che lavorano di più. La Francia ha le 35 ore settimanali per legge dal 2000. In Italia, secondo gli stessi dati OCSE, si lavora più ore che in quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale, eppure i salari reali restano tra i più bassi del continente e la produttività non cresce. Il paradosso è evidente: lavorare di più non significa produrre di più.
Giappone: contro la morte per superlavoro
In Giappone, il fenomeno del karoshi — letteralmente “morte per troppo lavoro” — ha spinto il governo e le grandi aziende ad adottare la settimana corta per ragioni di salute pubblica. Microsoft Giappone ha sperimentato le 32 ore nell’estate del 2019 registrando un aumento della produttività del 40% e una riduzione del 20% della produzione di CO2. Il governo metropolitano di Tokyo ha introdotto la settimana corta per i dipendenti pubblici, con l’obiettivo di favorire la natalità e ridurre lo stress lavorativo.
| PAESE | ORE/SETTIMANA | SISTEMA | RISULTATO CHIAVE |
| Islanda | 35-36 | Sperimentazione pubblica | +86% lavoratori su orario ridotto |
| UK | 32 (pilota) | 61 aziende volontarie | -57% dimissioni, +35% ricavi |
| Giappone (Microsoft) | 32 | Azienda privata | +40% produttività |
| Francia | 35 (legge) | Obbligo normativo | Tra le più alte prod./ora UE |
| Belgio | 38 su 4 gg | Scelta del dipendente | Mercato lavoro più flessibile |
| Italia | 40 | Nessuna riforma | Stagnazione salariale e produttiva |
IL DOPPIO STANDARD: DOVE LE COPERTURE SI TROVANO SEMPRE
“Non ci sono le coperture.” È la frase più pronunciata nei palazzi della politica italiana quando si tratta di misure a favore dei lavoratori, dei poveri, dei malati, dei giovani. Una frase che diventa quasi un riflesso condizionato, un muro automatico contro qualsiasi proposta di welfare. Eppure, guardando i bilanci dello Stato, le coperture sembrano sempre disponibili quando si tratta di altro.
La spesa militare: un record dopo l’altro
Per il 2026, il bilancio del Ministero della Difesa ha raggiunto 32,4 miliardi di euro, con una crescita di oltre 1,1 miliardi rispetto al 2025 (+3,52%). Ma il dato reale, secondo l’Osservatorio Mil€x che applica la metodologia NATO, supera i 33,9 miliardi, un nuovo record storico. Dal 2017 ad oggi, la spesa militare italiana è aumentata del 73%: da 19,8 miliardi a quasi 34 miliardi. Solo dal 2022 — primo anno del governo Meloni e anno dell’invasione russa dell’Ucraina — la spesa militare è cresciuta di oltre 8 miliardi di euro.
Particolarmente significativo è il capitolo investimenti in armamenti: 13,1 miliardi nel 2026, un nuovo record storico. E questo senza contare i 23 miliardi aggiuntivi previsti nel piano triennale della Difesa, che potrebbero essere attivati non appena l’Italia uscirà dalla procedura UE per deficit eccessivo. Nei prossimi 15 anni, l’Italia si è impegnata a spendere oltre 130 miliardi di euro in armamenti.
✕ Costo stimato della settimana corta (RGS): ~8-11 miliardi/anno → BOCCIATA
✓ Bilancio Difesa 2026 (record storico): ~34 miliardi → APPROVATO
✓ Incremento spesa militare dal 2017 ad oggi: +14 miliardi → APPROVATO
✓ Investimenti in nuovi armamenti 2026: 13,1 miliardi → RECORD storico
Il confronto è brutale. La proposta sulla settimana corta costava, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, tra 8 e 11 miliardi l’anno. Troppo. Ma l’aumento della sola spesa militare tra il 2022 e il 2026 supera quegli 8 miliardi. Semplicemente, ci sono spese che si decidono di fare, e spese che si decide di non fare. Le coperture, quindi, non sono un problema tecnico: sono una scelta politica.
I privilegi della classe politica: le coperture ci sono sempre
Le coperture si trovano anche per i privilegi della classe politica. Un deputato o senatore italiano percepisce un’indennità lorda di circa 13.971 euro mensili, a cui si aggiungono una diaria di 3.500 euro, rimborsi per l’esercizio del mandato (3.690 euro), rimborsi per trasporti, telefonia, e spese varie. L’esborso complessivo per singolo parlamentare può superare i 22.000 euro lordi al mese. I parlamentari italiani sono i più pagati d’Europa. La spesa annua complessiva per indennità e rimborsi diretti dei 600 parlamentari supera i 158 milioni di euro. A questi si aggiungono i vitalizi — ancora in pagamento per circa 2.600 ex parlamentari — che pesano per circa 150-200 milioni di euro l’anno.
A fine 2024, il governo ha aumentato gli stipendi di alcuni ministri attraverso un “rimborso spese” straordinario. Al Senato, la delibera che tagliava i vitalizi è stata cancellata. Fratelli d’Italia ha depositato (poi ritirato dopo le polemiche) un ordine del giorno per aumentare le indennità dei deputati, già più basse di circa mille euro mensili rispetto ai senatori. Per questi interventi, le coperture si trovano sempre.
IL 71% DEGLI ITALIANI VUOLE LA SETTIMANA CORTA
C’è un dato che rende ancora più paradossale questa storia. Secondo il Censis, il 71% dei lavoratori italiani è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro a quattro giorni settimanali. Giuseppe Conte l’ha ricordato in un post sui social immediatamente dopo la bocciatura: una misura su cui oltre il 70% degli italiani è d’accordo, affossata dalla maggioranza parlamentare senza neppure discuterla nel merito.
Anche alcune grandi aziende italiane lo hanno già capito da sole: Intesa Sanpaolo ha sperimentato la settimana corta in alcune filiali estendendola poi ad altri uffici. Luxottica ha coinvolto 600 operai con 20 settimane l’anno a quattro giorni. Lamborghini adotta un sistema flessibile di 33,5 ore settimanali. Lavazza ha esteso la riduzione del venerdì a quasi 400 lavoratori. Il mercato, insomma, si sta muovendo. La politica, no.
UNA QUESTIONE DI PRIORITÀ, NON DI COPERTURE
Questa storia non è solo la storia della settimana corta. È la storia di un Paese che ha scelto — consapevolmente, attraverso le sue istituzioni — di non migliorare le condizioni di vita di chi lavora. È la storia di un copione che si ripete: salario minimo bocciato, congedi paritari bocciati, settimana corta bocciata. Stesso pretesto, stessa motivazione tecnica, stesso risultato politico.
Nel frattempo, i miliardi per le armi si trovano sistematicamente: 34 miliardi nel 2026 per la Difesa, record storico, con la promessa di arrivare al 5% del PIL entro il 2035 — una cifra che varrebbe circa 100 miliardi annui. La narrazione ufficiale è quella della sicurezza, della deterrenza, degli obblighi NATO. Ma nessuno spiega perché la sicurezza dell’industria militare meriti risorse illimitate, mentre la sicurezza economica e lavorativa dei cittadini debba sempre scontrarsi con l’assenza di coperture.
Uno studio dell’economista Juliet Schor del Boston College ha dimostrato che una diminuzione del 10% delle ore di lavoro si traduce in un abbattimento dell’8,6% delle emissioni di CO2. La settimana corta, quindi, non è solo una misura sociale: è anche una misura ambientale, sanitaria, demografica. Le lavoratrici che possono distribuire il lavoro su quattro giorni hanno più tempo per la cura dei figli, migliorando l’equilibrio di genere. I lavoratori con meno stress si ammalano meno e gravano meno sul sistema sanitario. Le aziende con meno turnover risparmiano sui costi di selezione e formazione.
Ma niente di tutto questo è entrato nel calcolo della Ragioneria Generale dello Stato, che ha valutato solo i costi diretti — peraltro in modo discutibile, includendo un’applicazione alla PA che la proposta non prevedeva esplicitamente. I benefici indiretti, le economie generate, l’aumento del benessere collettivo: tutto ignorato. Come se il welfare fosse un costo e mai un investimento.
“Non è un problema di coperture. È un problema di visione. E la visione di questa maggioranza è chiara: chi lavora aspetti, chi produce armi venga finanziato.”
CONCLUSIONE: UN PAESE IN ATTESA
La settimana corta tornerà in Parlamento. Torneranno il salario minimo, i congedi paritari, e tante altre proposte che in altri Paesi europei sono già legge da anni. E ogni volta verrà ripetuto lo stesso copione: la Ragioneria dirà che mancano le coperture, la Commissione Bilancio dirà no, la maggioranza voterà il soppressivo.
Nel frattempo, l’Islanda lavorerà 36 ore. Il Regno Unito lavorerà 32. La Francia lavorerà 35. Il Giappone combatterà la morte per superlavoro. E l’Italia resterà ferma a 40 ore, con stipendi tra i più bassi d’Europa, produttività stagnante, e parlamentari tra i più pagati del continente.
Il paradosso italiano si chiude così: uno Stato che non riesce a trovare 8 miliardi per sperimentare un modello di lavoro che ha già dimostrato di funzionare in tutto il mondo, ma ne trova 34 ogni anno per finanziare missili, cacciabombardieri e fregate. Uno Stato in cui la dignità del lavoro è sempre un’emergenza rinviabile, mentre la spesa militare è sempre un’urgenza strategica.
Forse il problema non è che i soldi non ci siano. Forse il problema è che sappiamo esattamente dove vanno.
Riproduzione riservata © Copyright “The Integrity Times“
